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Marlene Kuntz: Stavolta ricominciamo da Uno





Marlene è sempre la migliore? Se lo chiedono molti fan del gruppo di Cuneo, che nel giro di un decennio ha lasciato il segno sulla musica italiana. Un suono nervoso e scuro ma anche denso d'atmosfera, e un lavoro ambizioso sui testi, sono stati per anni il marchio di fabbrica dei Marlene Kuntz. Tredici anni dopo il folgorante debutto con Catartica, i tre sono tornati con l'album Uno che introduce molte novità nel percoso del gruppo. A molti la svolta è piaciuta, altri la contestano. I diretti interessati cosa ne pensano? Risponde Cristiano Godano, leader della band. Cristiano, con Uno la scommessa sul rinnovamento dei Marlene è vinta? "Per noi sì, il pubblico ci applaude e la maggior parte delle recensioni sono positive. Ci sono i nostalgici delle nostre chitarre ruggenti del passato, ma non abbiamo mai firmato alcun manifesto programmatico che ci obbligasse a suonare sempre allo stesso modo. Direi anzi che il compito dell'artista è rinnovarsi costantemente. In Uno ci sono gli archi, molti più cori, più melodia e sfumature. Paolo Conte è nostro ospite al piano. E' un modo di reinventarci consapevolmente, ne siamo molto soddisfatti". Tra i fan dei "nuovi" Marlene ci sono i Baustelle, forse il gruppo italiano del momento. Che ne pensate di loro? "Non ho un parere definitivo perché conosco poche canzoni dei Baustelle. E' un gruppo capace, con un paroliere che sa lavorare con personalità sulle melodie e i testi. Ma non me la sento di entrare più nel dettaglio." Siete impegnati nel vostro primo tour teatrale. Meglio questa dimensione o i concerti all'aperto? "Suonare in teatro ci appassiona. Ieri siamo stati a Milano ed è andata benissimo, la gente era molto contenta e noi pure. La dimensione più raccolta ci stimola a lavorare di cesello, reinventare i brani più vecchi, renderli più raffinati. Ma una certa tendenza melodica nei Marlene c'è sempre stata, cito ad esempio Come stavamo ieri, che sta sul secondo album Il vile, tutta suonata in punta di piedi". Tra le sue influenze ci sono ancora Vladimir Nabokov e Arvo Pärt? "Certo, ma non in modo diretto. A casa ascolto soprattutto molta musica classica o contemporanea, però i Marlene Kuntz si muovono in un universo pop e rock, senza alcuna presunzione di voler essere o sembrare altro". Lei ha esordito come scrittore con la raccolta di racconti I vivi. C'è un filo rosso che lega le varie storie? "Direi di no. E' più un modo di affrontare racconti in cui la realtà diventa man mano sempre più surreale, e dove la suspence nasce dal voler vedere come i miei personaggi escono fuori da situazioni ai limiti dell'impossibile. C'è anche molto amore e sesso, ma resi in modo mai volgare, puntando sulla sensualità e la ricerca linguistica. E' a suo modo un inno alla vita, alla bellezza della vita". Ha anche esordito come docente universitario a Milano, dove insegna comunicazione musicale per la discografia e i media. Di cosa parla ai ragazzi che vengono a lezione? "Parto dalla mia esperienza personale, dal mio lavoro ai testi delle canzoni e dal rapporto diretto con i discografici. Il docente che mi ha dato l'opportunità di questa collaborazione è Gianni Sibilla. L'intento è insegnare ai futuri manager musicali ad entrare nel mondo interiore degli artisti, in modo che ci sia dialogo, non conflitto". Siete considerati un punto di riferimento per il lavoro accurato ai testi. Oggi c'è bisogno di artisti che sappiano raccontare la crisi e le contraddizioni dell'Italia. Vi ritenete tra questi? Esiste una nuova generazione di cantautori? "Confesso di non sapere in profondità tante cose che accadono oggi in Italia, scrivo delle cose che mi colpiscono. Altri nomi? Sicuramente ce ne sono a livello sotterraneo, ma il problema del cosiddetto underground è arrivare ad un ampio pubblico. Più in generale, avverto lo stato di crisi e insoddisfazione che si respira in Italia. Ma credo anche che la realtà non sia mai così drammatica come ce la prefiguriamo. Ho fiducia nella furbizia e nell'intelligenza dell'uomo, diffido totalmente della sua lungimiranza. Il vero problema è che viene fatto credere alla gente che certi simulacri tecnologici siano la fonte e il fine della soddisfazione. E invece non lo sono, e meno che mai generano cultura. Ecco perché si preferisce spendere 20 euro per la ricarica di un cellulare, piuttosto che per un bel disco".

July 25, 2008, 7:46 am | Fonte: Tiscali Musica
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