Carmen: Fandangos in Space (di pi-airot)
Chissà quante volte una chitarra o una progressione di accordi in stile flamenco sono state utilizzate per ravvivare un brano e dargli un sapore esotico, gitano ed intrigante. L'elenco, da "White Rabbit" dei Jefferson Airplane a "Innuendo" dei Queen (solo per citare due estremi temporali arcinoti) sarebbe veramente lungo, per non parlare del pop d'oggi giorno, che spesso si bea di atmosfere latine e spagnoleggianti, soprattutto a ridosso dell'estate. Gli anni 70, però, si sa, erano tutta un'altra storia, e poteva capitare, come in questo caso, che una band non si limitasse a citare motivetti ed atmosfere, ma si spingesse oltre, creando una vera e propria fusione di suoni fra i più disparati, giungengo a risultati ancora oggi sorprendenti. D'altra parte, se ci si era già riusciti con il "raga rock", perché l'esperimento non poteva dare risultati altrettanto convincenti con il flamenco? Ed ecco quindi come nasce la musica dei Carmen, band per metà americana (soprattutto nella figura del chitarrista cantante David Clark Allen - vero deus-ex-machina dell'intero progetto) e metà inglese (vi suonava il basso John Glascock, più avanti in organico con i Jethro Tull), che nel 1973 diede alle stampe "Fandangos in Space", piccolo gioiello graziato, fra l'altro, dalla produzione di Tony Visconti e la protezione di David Bowie (che per esempio li volle con sé in una puntata da lui stesso gestita di Midnight Special - presentava Amanda Lear… ). "Fandangos in Space" ci offre una vera fusione fra prog-rock di gran classe (e anche di gran disciplina) e flamenco che interessa, oltre ai suoni e alla strumentazione, anche la struttura dei brani, i ritmi, le tematiche affrontate e l'interpretazione dell'intera band (laddove, per esempio, i testi alternano di strofa in strofa inglese e spagnolo). "Bulerias", traccia che apre l'album, è uno strepitoso biglietto da visita in questo senso, un brano estremamente dinamico che alterna strofe estremamente candenzate (e che anticipano, nel ritmo, certo pop di fine anni 70), ritornelli in tempi dispari, e stacchi improvvisi affidati alla chitarra flamenco, alle nacchere e a inteventi di "zapateada" (il battere dei tacchi di un ballerino di flamenco), usati come un vero e proprio strumento a percussione nell'organico della band. Si tratta di un brano trascinante ed emotivo, che si ascolta tutto di un fiato e che introduce alcuni leitmotiv che si rincorreranno poi per tutto l'album ed apre la strada ad altri due brani pressoché perfetti: l'intensa "Bullfight", che nella struttura complessa e nel cantato appassionato ci porta drammaticamente all'interno di una corrida, e la breve ma affascinante "Stepping Stone", ballata dal sapore spagnolo e un uso misurato e magico delle tastiere (mellotron e moog, naturalmente). Viene, così, tracciato il sentiero su cui si snoda il resto dell'album: brani dal sapore…
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