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HOME > Musica > A Girl Called Eddy: A Girl Called Eddy (di ziabice)

A Girl Called Eddy: A Girl Called Eddy (di ziabice)





Non capisco perché mi faccia così male, eppure credevo di esserci abituato, ma tant'è… Impotenza. Mi ci son voluti mesi per trovare le parole per descrivere questo disco, ma alla fine me ne è bastata una. Immaginatevi sospesi in un utero, ascoltare il suono della vostra madre disperata divenire i vostri pensieri. Cullati eppur lasciati soli nel mondo. Come foste voi allo specchio, i vostri occhi che cercano qualcosa negli occhi riflessi, vagare lungo il volto alla fine senza trovare niente. Mia nonna direbbe "e che amma fa, nun c'è che fa" ("Cosa possiamo fare, non c'è niente da fare"); infatti, non c'è proprio niente da fare. E' il momento delle amare considerazioni su di una ferita che si rimarginerà, lasciando una cicatrice. Ho ascoltato questo disco in vari momenti della mia vita, ma è stato sempre quando l'ascoltavo in solitudine mentre camminavo che m'ha dato tutto il meglio di se. E così vi consiglio di fare, ora che è estate è impareggiabile stare con le cuffie nelle orecchie, passeggiare soli lungo la battigia, il sole che si appresta a tramontare, volume tale da escludere i rumori esterni, persone che passano e pare vi attraversino. Voi e la voce di velluto di Erin Moran (la ragazza chiamata Eddy). Voi e il vostro cuore spezzato.11 canzoni semplici, pop nel più puro significato di "fruibile", ma dall'ambizione grande. Curate nei minimi particolari, tutte più o meno dei mid-tempo. Sommesse, ma deflagranti. Elegantissime, già dall'apertura di "Tears All Over Town", ballatona con chitarra accarezzata e testo amarissimo, con un inciso che per farvi capire recita: "Sono sparsa come giornali lungo la strada / Vedo il tuo volto in chiunque incontri / Evito gli angoli / Evito il tuo nome / So di averti amato, ma di averti amato invano". Con la successiva "Kathleen" si passa ad atmosfere che definirei "noir", sottofondo di violini che viene rivestito di suoni jazzati e fumosissimi, nebbia dei ricordi. Questo clima è quello che poi più o meno ritroverete lungo tutti gli altri brani ("Somebody Hurt You", il valzer "People Used To Dream About The Future", la struggente "Heartache"), fatta eccezione per qualche impennata più elettrica ("The Long Goodbye", "Golden", in chiusura del disco) o uptempo ("Life Thru The Same Lens", irresistibile, quasi chill out), che aiuta a rinfrescare un'aria che potrebbe farsi un po' troppo pesante, nonostante sappiamo tutti che un cuore fratturato ami cuocere nel proprio brodo. In tutte le composizioni, svetta il cantato soul di Erin Moran, mai urlato, sempre sussurrato, mai aspro, caldissimo, avvolgente.Per concludere non posso non citare l'inciso spaccacuore di "Somebody Hurt You" che preferisco non tradurre per non fargli perdere tutta la sua carica di…

July 15, 2008, 9:12 am | Fonte: DeBaser
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