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HOME > Musica > Klimt 1918: Just In Case We'll Never Meet Again (di fede)

Klimt 1918: Just In Case We'll Never Meet Again (di fede)





La band romana dei Klimt 1918 è stata per quanto mi riguarda una vera e propria rivelazione nel panorama metal italiano del 2000. Concittadini dei ben più conosciuti Novembre (nonché di altri gruppi che gravitano nella scena metal e non capitolina) il gruppo è qui al suo terzo lavoro dopo gli strabilianti "Undressed Momento" e "Dopoguerra". Il qui presente "Just In Case We'll Never Meet Again" rappresenta un fermo punto di contatto con quanto fatto sentire nel precedente disco. La ricetta dei romani è sempre stata più o meno questa: qualche elemento death (soprattutto nei primi pezzi), chiari rimandi agli Opeth e ai Katatonia più acustici, strizzate d'occhio agli stessi Novembre (ultimo periodo), chitarre dal sapore squisitamente ottantiano (tipiche di una certa new wave e dei giovani U2) che molto spesso si concedevano a bellissimi riff aperti "à la Dredg". Dal 2003, anno di "Undressed… " le cose sono però cambiate: l'anima death sembra praticamente essere sparita (se non forse in qualche drumming più tirato), sostituita da un mai forse mal celato amore per i My Bloody Valentine (e per lo shoegazer in generale) e da echi di Interpol e Editors. Quel che ne esce è un lavoro nel suo complesso difficile, che cresce ascolto dopo ascolto, ma che comunque suona forse un po' come già sentito, colpa probabilmente del suo legame a doppio filo col precedente "Dopoguerra", che già faceva intravedere dove i romani sarebbero andati a parare. Tagliamo subito la testa al toro, il disco è bello e merita, e seppur con qualche pecca, rappresenta una conferma per i Klimt, band metal forse solo per la casa discografica (la Prophecy), ma di fatto lontana da questo genere. L'andamento di questo lavoro è sognante e malinconico, costantemente venato da un senso di incolmabile distanza e di nostalgia per qualcosa di irrecuperabile (sia essa la "generazione da audiocassetta" descritta nel secondo titolo o altro ancora). La voce di Marco Soellner è sempre molto evocativa e trascinante, sa toccare le corde più profonde e emozionare col suo timbro così languido e allo stesso tempo tagliente. Passando ai brani più rappresentativi si può citare la prima traccia, "The Breathtaking Days". L'inizio è affidato a un arpeggio molto debitore ai Dredg, sul quale si distende come una nebbia mattutina la voce del cantante. La traccia cresce con il passare dei minuti, ondeggiando tra atmosfere rarefatte e esplosioni tipiche shoegaze. "Skygazer" è un caleidoscopio che rimanda a composizioni come "Pale Song" del primo disco, un inno solare, caldo e abbagliante, seppure bagnato da una dolce malinconia; notevole pure la successiva "Ghost Of A Tape Listener", un affresco post rock incredibilmente emotivo, che ha nella sua seconda parte il vero picco. Con il procedere del disco lo shoegaze si fa sempre più presente ("The Graduate" e "Just An Interlude In Your…

July 7, 2008, 8:46 pm | Fonte: DeBaser
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