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Coldplay, che delusione Viva la vida
L’attesa, per chi come me dal 2000 non può più far a meno di loro, è finita: il lavoro della band inglese del nuovo millennio, i Coldplay, è venuto alla luce con il titolo Viva La Vida Or Death and All His Friends. Curioso a partire da questo titolo che indubbiamente ha spiazzato un po’ tutti, dopo l’enigmatico X & Y. Eppure già da questo incipit importante si capisce tutto il mood dell’album: "Viva La Vida viene da un quadro di Frida Kahlo, che ha sempre unito il buio e la tristezza con la luce e la gioia. E sembra che proprio quel quadro rappresentasse ciò di cui volevamo scrivere.” Mostrare un altro lato dei Coldplay, forse questo era il loro obbiettivo lascia spiazzati al primo ascolto, quando si viene travolti da un’ondata di suoni che tutto ti ricorda fuorché il faccino del bel Chris Martin e soci.
Rivoluzione sonora: riuscita? - La rivoluzione del quartetto londinese parte da Viva La Vida e dal suono dei violini, proveniente dalle mani italiane di Davide Rossi, che sottolinea i toni scattanti dell’album. Una canzone che racconta di un re ormai privo del suo regno e del suo potere, a causa di un popolo che vuole la sua testa per la libertà, tema ripreso anche nel famoso quadro di Delacroix La libertà che guida il popolo con cui hanno realizzato la copertina. In realtà già qui si riconoscono i tratti tipici a cui i Coldplay non sanno proprio rinunciare: l’avanzare del pezzo che si carica di suoni nella strofa per esplodere nel ritornello; l’immancabile coro da stadio che i ragazzi confessano di inserire spesso per loro stesso godimento nel pensare la canzone eseguita dal vivo in uno stadio. E non ha caso credo abbiano scelto un produttore che di pezzi da stadio se ne intende, Brian Eno, anche se loro stessi riconoscono gran parte del merito di questo effetto a Jon Hopkins, altro produttore musicista intervenuto nel disco. Violet Hill è stato il singolo che ci ha fatto conoscere l’album e qui, a scandire il ritmo, torna ad essere la chitarra distorta. E’ forse questo lo zucchero nella medicina amara:ci hanno fatto credere che era tutto a posto, che prima o poi sarebbe arrivata un’altra Yellow o un’altra Fix You, un’idea che rimane ancora con l’inizio di Life In Technicolor prima di accorgerti che è solo strumentale.
Le idee talvolta si rubano - Cemeteries Of London voleva essere una macchina del tempo che ti riporta nella Londra del 1850, almeno per il bassista Guy Berryman. Registrata in una chiesa di Barcellona ha un quel “singing la la la la la la” che un po’ mi ha infastidito, forse troppo scontato o forse ero già persa nella mia delusione. La cavalcata di Lost!, con l’avanzare scandito dalle percussioni e dall’organo, è stata anch’essa registrata in una chiesa ma non si fa fatica a pensarla in concerto con il battito di mani che segue la batteria. 42 è decisamente la mia preferita, forse perché ricorda una band eccezionale come i Radiohead e gli stessi Coldplay la definiscono apertamente l’ennesimo tentativo, ma il primo ben riuscito, di imitarli. E non è l’unica ispirazione che hanno preso da altri, c’è anche il doppio titolo Lovers In Japan/Reign Of Love, attinto dall’ultimo album di Justin Timberlake di fronte al quale Chris non ha resistito: “Ho pensato: Fico. Devi sapere come rubare idee e soprattutto a chi rubarle”. Doppio titolo ma anche doppia canzone, si passa dal ritmo pieno ed incalzante dei primi quattro minuti per poi volgere verso l’esclusivo suono del piano e della voce di Chris Martin. Yes mi è risultata piacevole fino all’assolo di violini che, seppure tutto italiano anche questo, ti trasporta immediatamente in un’atmosfera gitana che ho avvertito come un tentativo di stupire a tutti costi. Anche qui al quarto minuto si cambia completamente registro per concludere il pezzo con una voce che arriva da lontano accompagnata da una combinazione di suoni più marcatamente “coldplaiana”. In Strawberry Swing si rispolverano le radici materne di Chris che arrivano dal lontano Zimbabwe ma a mio avviso non ce n’era affatto bisogno.
Meglio il passato, allora - L’album si chiude con la seconda title track,ed è un peccato che proprio questa canzone lo sia, perché a mio avviso non si merita tale importanza: dopo il primo minuto di sussurri i suono di una chitarra, che ricorda le peggiori melodie italiane, ci introduce ad una parte strumentale intervallata da cori eseguiti da tutti i membri della band e non solo. Quando si pensa che tutto è finito, e purtroppo non in bellezza, arriva The Escapist che immaginiamo perfetto per una colonna sonora di un film omonimo ma debole per essere una ghost track indimenticabile. Sicuramente si riconosce il tentativo di volersi rimettere in gioco, proponendo un lavoro decisamente difficile al primo ascolto. Con il tempo si riesce anche ad affezionare a qualche traccia ma non è semplice capire se è per via della band e delle emozioni che ti ha regalato in passato o perché i nuovi brani ti hanno davvero intrigato. Quello che mi chiedo è: perché se ti viene tanto bene il tiramisù con gli ingredienti tradizionali lo vuoi a tutti i costi sconvolgere con del mascarpone al basilico e del caffé alla ciliegia?”.
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