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Anime University
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Titolo originale
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Anime University
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Autore
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Rikao Yanagita
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Traduzione
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Rebecca Suter
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Editore
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Kappa Edizioni
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Prima edizione
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2006
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Il libro scritto dal professor Yanagita è un bel nodo da sciogliere. Rivolto principalmente a chi abbia un passato di contemplazione degli anime giapponesi (in particolare le glorie anni 70-80) – tanto per aver cognizione dei temi trattati - arriverà probabilisticamente a chi di questi cartoni era appassionato. E qui cominciano i problemi: il cultore sarà morbosamente incuriosito da ciò che si preannuncia come una rigorosa analisi della ‘scienza’ che stava dietro a robottoni e serie fantascientifiche ma potrebbe aver già letto qualche testo analogo (che so… “la fisica di Star Trek” di Lawrence M. Krauss o “la fisica dei supereroi” di James Kakalios) e intuire a quale massacro sta andando incontro. Può sembrare una cosa da niente ma apprendere che i pugni a razzo di Mazinga sarebbero efficaci solo se azionati ‘a molla’ o che la Zantetsuken di Goemon dovrebbe essere lunga sei chilometri per riuscire ad affettare un’ automobile è un cruccio non da poco, non che ci credessi però insomma... Un avvertenza quindi a chi si accinge a leggere “Anime University”: come tutti i cacciatori di bloopers il signor Rikao rischia di rivelarsi un clamoroso guastafeste, la sua competenza scientifica è innegabile e affronta gli argomenti con dovizia e rigore, perfino troppo – puntiglioso saccente ammazzasogni…. Mi ricompongo. Questa dovrebbe essere una recensione e tutto questo coinvolgimento è fuori luogo. Propulsione, armamenti, viaggi spaziali, sistemi di volo, tecniche di combattimento: vediamo argomentata la pseudoscienza di Mazinga Z, Getter Robot, Combattler, Gundam, Vultus 5, Ultraman, Astroboy, Gatchaman, la corazzata spaziale Yamato, Galaxy Express 999 e molti altri… non viene ‘risparmiata’ neppure l’altalena della sigla di Heidi. Ma se il libro (come altri dello stesso genere) è del tutto inconsistente dal un punto di vista della critica agli anime in questione, il cui valore prescinde largamente dal loro fondamento scientifico (ci mancherebbe) diventa invece un interessante mezzo di divulgazione scientifica e, va detto, una lettura davvero spassosa. Al di là dei peccati di lesa maestà di cui si macchia, convengo fosse l’intenzione dell’autore.
slovo Fonte: BlogBuster Nuovo motore Hyundai Nome in codice: Kappa
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(12:18 17/07/2008)
Fonte: Repubblica Motori Hyundai Kappa: i nuovi motori per le city car coreane L'aumento del prezzo del petrolio ha dato una forte spinta di innovatività a Hyundai, che dopo aver annunciato la Elantra ibrida elettrica/GPL, ora lancia il nuovo propulsore Kappa... Fonte: Omniauto BasicNet: siglati nuovi accordi internazionali di licenza Per Kappa e Robe di Kappa sono stati firmati nuovi accordi di licenza, permettendo ai due marchi di ritornare su importanti mercati quali Russia, Australia, Sud Corea ed Egitto. Fonte: Trend online Pineto (TE) Pineto Accordion Jazz Festival Data/e: da 25/07/2008 a 27/07/2008
Pineto Accordion Jazz Festival 2008
Quarta edizione
Dal 25 al 27 luglio 2008
Pineto (Te)
Programma
25 luglio 2008
Kappa Project
Pineto Orchestra ... Fonte: Eventi e Sagre Organisation: Tone Float (di Neu!_Cannas) Solo Dio sa cosa passò per la testa a Hutter e Schneider quando decisero di incidere "Tone Float". Forse neanche il sig. Conny Plank, produttore del tutto come al solito, ne era a conoscenza. Non erano ancora i Kraftwerk, non lasciatevi ingannare dalle ristampe furbe, erano Organisation loro. Una cinquina che, oltre a loro, comprendeva Butch Hauf (bassista) e Basil Hammoudi e Fred Monicks (percussionisti). Per tanto tempo, troppo, questo disco è stato latitante dal palcoscenico Kraut, emarginato, come disconosciuto, offuscato dai successivi "Autobahn", "The Man Machine" ecc ecc. Quella è elettronica, grande musica davvero per carità, ma questo è Kraut, quello vero, quello più estremo e sperimentale, con la kappa maiuscola. Lo dimostrano alla grande i venti minuti abbondanti della Title-Track che apre il tutto con percussioni aborigene incredibilmente primitive e avvolgenti. Poi verso la metà del brano il tutto si ferma, rallenta e compare un sintetizzatore, quando ancora era un lusso per pochi, per poi proseguire, cambiando tono, come se fosse cosa naturale, come se non fosse stato un Agosto di un lontano 1970. Venti minuti e più di sperimentazione pura, con un passato nella musica nera, un presente nello sperimentalismo tanto in voga in quella Germania, e un futuro ancora da definire. Poi si passa a "Milk Rock", molto più breve ma altrettanto stupefacente: sembra che Brian Eno & David Byrne, e i suoi Talking Heads di Remani In Light, siano stati catapultati dieci anni prima per una prima versione del My Life In The Bush Of Ghost. Questa traccia vola nel suo scheggiare sonoro e nel suo rumorificare così astratto ma allo stesso tempo concreto: e Conny Plank si allena prima dei Neu!. E poi, e poi campane di chiesa, di quelle chiese abbandonate nelle foreste mistiche di antiche popolazione credute ormai estinte da secoli, ma che invece inviano impulsi dritti dal centro della terra. È "Silver Forest" e con i suoi rintocchi guidati da un sintetizzatore impazzito ci accompagnano dentro questa foresta sonora, tanto angusta quanto affascinante. Percussioni, percussioni pure nel brano successivo. "Rythm Salad" è questo, quattro minuti di energia sotto forma di ritmo, e nulla più. A concludere è "Noitasinagro", un'eqilibrata linea tra violini e percussioni, figli dello sperimentalismo americano (Velvet Underground), con una progressione sempre più diatata e distorta, che chiude l'album in un crescendo ritmico così com'era iniziato. L'edizione originale è questa qui, mentre in seguito in una riedizione di tardo 90', fu aggiunto un lungo brano, "Vor dem blauen Bock", di pregievole fattura che non rovina il contesto, anzi, anche se strutturata troppo su feedback e distorsioni chitarristiche non proprio abbondanti nell'album. Eppure è erronea, perchè… Fonte: DeBaser
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