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Riccione 12-13-14 settembre 2008. 7° incontro nazionale dei volontari di Emergency Saranno mille i volontari di Emergency che si incontreranno a Riccione i prossimi 12-13-14 settembre: tre giorni per approfondire le attività svolte dallÂ’associazione nellÂ’ultimo anno, conoscere i progetti futuri e discutere di pace, solidarietà e rispetto dei diritti umani.
Fittissimo il programma degli appuntamenti aperti anche al pubblico.
In particolare, venerdì 12 alle 21.30, Gino Strada e lo storico americano Howard Zinn parleranno di Guerra e diritti umani, nel sessantesimo anniversario della Dichiarazione universale (Palariccione).
Sabato 13 alle 9.00, sempre al Palariccione, si terrà lÂ’incontro "Il diritto alla salute, il dovere della cura. Quando i fatti contraddicono i princìpi".
Gino Strada, i ministri della salute di Sudan, Sierra Leone e Repubblica Centrafricana discuteranno della necessità di realizzare una sanità di alta qualità, gratuita e accessibile a tutti (modererà lÂ’incontro il medico e giornalista Roberto Satolli).
Nella stessa occasione, verrà presentato il Manifesto di Emergency per una sanità basata sui diritti umani.
A partire dalle 14.30, medici e infermieri di Emergency illustreranno i programmi umanitari in Afganistan, Cambogia, Iraq, Italia, Sierra Leone, Sri Lanka, Sudan: dalla chirurgia di guerra alla medicina di base, dalla traumatologia alla riabilitazione, dallÂ’ostetricia alla cardiochirurgia.
Verranno inoltre presentati i progetti in corso di realizzazione: un ospedale di ostetricia e di neonatologia in Nicaragua e un centro pediatrico nella Repubblica Centrafricana
Numerose anche le occasioni di intrattenimento.
Oltre alla musica di Caiman Nueva Generatiòn, di Tocadores e Cori dal mondo, sabato sera piazzale Roma ospiterà Serena Dandini e Dario Vergassola per una versione speciale di “Parla con lei” dedicata interamente a Emergency.
Per tutta la durata dellÂ’incontro, al Palazzo del Turismo sarà esposta la mostra “Sudan. Diritto al cuore”, 50 fotografie del fotografo milanese Marcello Bonfanti sulle attività di Emergency in Sudan.
Il programma completo in allegato.
Con il patrocinio e contributo di:
Comune di Riccione, Provincia di Rimini, Regione Emilia Romagna
In collaborazione con:
Banca Etica, Consorzio vini tipici San Marino, Coop, Gruppo Hera, Joint Rent, La 220, Mercatone Uno, Ricoh Partner, Autonoleggio Ippo, Stac Ufficio srl
Un ringraziamento speciale per la concessione gratuita dello spazio a PALARICCIONE.
Fonte: Emergency - Comunicati Stampa Mephisto: Metal Of Death (di attis) "We play metal of death, play it hard and loud… we live for metal, play for bangers… die for death!… the metal returns!"Questa è l'essenza dei cinque ragazzotti napoletani dal nome non proprio originalissimo (come d'altronde la proposta musicale) che pubblicano il loro primo cd per la Bestial Burst. Un marcissimo concentrato di Thrash/Black metal (vedi la voce) che attinge a piene mani nel lerciume prodotto negli anni '80 da bands maledette come Venom, Destruction, Hellhammer, Sodom, Bathory… se siete amanti di quelle sonorità grezze e malsane dovete procurarvi assolutamente questo disco, non vi deluderà!Gli ingredienti ci sono tutti:Tecnica strumentale grezza e ignorante, testi incentrati sull'horror/satanico (vedi pezzi come "Zombi Terror", "Maniac", "By Demons Tormented", per citarne alcuni), attitudine fottutamente malsana, copertina disegnata a mano in linea con la migliore tradizione thrash, insomma un prodotto che sembra provenire direttamente dai lontani anni '80…La scaletta è abbastanza varia e continene pezzi registrati in due sessioni: i primi quattro risalgono al 2004, si parte con "Megiddo", un pezzo oscuro, un infernale cavalcata mid-tempo che ricorda un pò i Celtic Frost (altra grande influenza del gruppo), poi arriva "Zombi terror" introdotta da campionamenti di film horror con zombi all'assalto, il pezzo prosegue su tempi medi, con il basso pulsante in risalto, per velocizzarsi via via verso il finale (da notare la scream orrorifico ad opera del cantante Manth). Si procede con "Final Eclipse", pezzo nel quale i nostri invertono le loro postazioni agli strumenti, qui infatti il bassista Hurne si siede alle pelli e il batterista Huntor imbraccia la chitarra, il pezzo è breve, ma abbastanza aggressivo tenendosi sempre su tempi medio/veloci. A questo punto arriva "Motordeath" un chiaro omaggio indovinate a chi? Semplice ai Motorhead, il pezzo infatti inizia con un giro di basso e prosegue in un folle thrash "rolleggiante" con tanto di chitarre "motorizzate" sul finale!Inizia poi la parte di pezzi registrati nel 2005. Si comincia con una sorta di intro stregonesco con rullate malefiche, vocine demoniache e un suono che sembra essere quello di un'arpa. Si prosegue subito nella migliore tradizione thrash con un pugno nello stomaco che è il pezzo intitolato "Maniac" (sicuramente ispirato all'omonimo film culto di Lustig) malefico e violento, con la stessa arpa del pezzo precedente nel finale, uno dei pezzi migliori dell'album. Arriva poi come un treno in corsa "Prophecy Of Destruction" pezzo in perfetto stile Destruction con dei riff molto belli. Troviamo poi "By Demons Tormented" che non aggiunge nulla di nuovo al cd e poi "Iron Cross" altro pezzo forte, con richiami ai Celtic, un pezzo molto potente… si prosegue con "Return From The Grave" e "Antidisco Squad", altra mazzata sulla fronte coi suoi riff spaccaossa e i cori del ritornello. Il cd si chiude con la parte di un pezzo… Fonte: DeBaser Spiazzo (TN) Cent O Note Data/e: da 26/09/2008 a 28/09/2008
IV RASSEGNA CORALE EUROPEA "CENT O NOTE" 26-27-28 settembre 2008 Spiazzo Rendena (TN) Val Rendena Quattro cori provenienti da diverse aree ... Fonte: Eventi e Sagre Dream Theater: Systematic Chaos (di splinter) E dovevo chiudere il mio cerchio di recensioni sugli studio album dei Dream Theater e mi mancava solo l'ultimo fantastico "Systematic Chaos", altro disco che, a quanto pare abbia preso un'altra sfilza di pesci in faccia che secondo me non meriterebbe, come nessun album dei Dream la meriterebbe. Systematic Chaos lo trovo un disco di ottima fattura, anzi dovrebbe essere considerato il disco che riporta i DT alle loro migliori sonorità , se proprio c'è stata una sbavatura nell'ultimo periodo (e bisogna verificare se veramente c'è stata questa sbavatura!). Se in Octavarium si aveva privilegiato un sound pù melodico e basato su strutture più accessibili qui si torna ad un sound più hard con parti strumentali molto compesse (che tuttavia la band non ha mai abbandonato). Che i Dream Theater siano tornati davvero alla grande lo si capisce già dall'inizio cno la prima parte della suite "In The Presence Of Enemies" che comincia con una pregevole parte strumentale che mette Petrucci e Rudess davvero in evidenza (notevole l'assolo di Petrucci) per poi sfociare in una parte più regolare con le chitarre distorte in primo piano e le tastiere ad accompagnare la voce di LaBrie. Dopo l'unisono finale chitarra-tastiera, il fruscio di vento sta a farci capire che la storia proseguirà con l'ultima track. Per il momento ci conduce ad una piacevole "Forsaken" basata su una struttura strofa-ritornello abbastanza elementare e da una melodia che si rifà al gothic metal e agli Evanescence grazie alle note di piano e al sottofondo delle tastiere. "Constant Motion " ci introduce nella parte più heavy dell'album: un brano con inflessioni thrash, e con un Petrucci molto tecnico, soprattutto all'inizio (belli i giri iniziali); nel ritornello le tastiere danno un tocco melodico; la parte strumentale ci riserva un gran solo di Petrucci e un niente male solo di Rudess. E cosa dire di "The Dark Eternal Night"? Quasi una nuova Metropolis se avesse solo un po' di teatralità in più; forse il brano che meglio rispetta le strutture tipiche delle canzoni dei Dream Theater. Brano estremo e pesante coronato da una lunga parte strumentale che fra complessi giri di chitarra e tastiera e musiche in stile horror e commedy si rivela davvero un capolavoro! Bello anche il finale dove le pesanti chitarre di Petrucci sono accompagnate dal continuum di Jordan Rudess. "Repantance" (4^ parte della saga "alcolisti anonimi") al di là di chi ne parla come un brano spento in realtà è un'autentica genialata: nessuno, dopo aver letto i 10: 43 di durata avrebbe pensato ad un pezzo interamente lento e invece… ecco che si tratta di un brano estremamente psichedelico con chitarre malinconiche sorrette dal piano e qualche sottofondo di tastiera (evidenti i riferimenti a Pink Floyd, Porcupine Tree, Opeth). Bello l'assolo centrale, poi dopo la serie di voci che anticipano l'ultima parte ci caliamo proprio nella parte finale dove piano e chitarra acustica guidano i cori. Tutto… Fonte: DeBaser Trovato l'accordo col Porto Quaresma è già a Milano per le visite Atterrato intorno a mezzanotte con un volo proveniente da Lisbona e subito acclamato dai tifosi nerazzurri radunati all'aeroporto per aspettarlo e consolati, con tanto di cori per l'ennesima stella. Mourinho ha avuto l'esterno che voleva Fonte: Quotidiano Net Pizzale (PV) Festival dei Cori Data/e: da 12/08/2008 a 26/10/2008 - 30/11/2008 - 26/12/2008
Sono aperte le iscrizioni
per uno dei più importanti festival canori lombardi
UNDICESIMA EDIZIONE DEL
FESTIVAL DEI CORI DI PORANA
Dopo i ... Fonte: Eventi e Sagre Gallows: Orchestra of Wolves (di Oo° Terry °oO) 14 Giugno, Stadio Braglia di Modena: gli sconosciutissimi Gallows appaiono in Italia come supporters dei Rage Against The Machine. Capeggiati da uno schizzato scheletrico dai capelli rossi completamente ricoperto di tatuaggi (il cantante Frank Carter, di professione appunto tatuatore), fanno la loro porca figura sul palco: molto porca, visto che per farsi notare hanno ingaggiato una battaglia a lattinate di birra col pubblico… Ma questo è niente, basti pensare che durante un live nella loro terra natia, l'Inghilterra, il tattooed leader si è procurato un colpo di frusta talmente pesante che i medici ritenevano fosse stato investito. Insomma, i Gallows non sono di certo dei ragazzi tranquilli; al contario, si sono creati una reputazione per queste loro "movimentate" performance. I cosiddetti "Punk di Watford" hanno all'attivo un solo album, "Orchestra Of Wolves", appunto. Autoprodotto, questo disco vede la luce nel 2007 grazie alla In At The Deep Records, per poi essere distribuito negli Usa dalla Epitaph e in Europa dalla Warner Bros, ben accolto ovunque da critica e pubblico. Ci troviamo di fronte ad un album a mio avviso del tutto particolare, già dalla copertina, quasi un omaggio alle atmosfere horror dei B-movies sugli zombie: il materiale proposto non è semplice punk hardcore, ma un qualcosa che esplora i percorsi più estremi che il genere può offrire, a volte talmente rabbioso da risultare inadatto per essere racchiuso in un disco. La voce di Carter è, infatti, sempre sguaiata e strillante, prettamente punk, ma adatta a viaggiare assieme a melodie stridenti, ipertese, claustrofobiche, violente e sfrontate: tutto sembra provenire dal live più incazzato di questo mondo, quasi una protesta contro la "chiusura" dentro a un cd. E così "Orchestra Of Wolves" vola via in un soffio, composto com'è da dodici pezzi velocissimi, da non più di tre minuti l'uno (36 minuti la durata totale dell'album), pieni di riff di chitarra energici, cambi di tempo improvvisi, cori a più voci e ritmi mai statici, in continua evoluzione. Spiccano tra tutte le apocalittiche "Come Friendly Bombs" e "Abandon Ship", l'incazzatissima "Six Years", la più melodica "Rolling With Punches" e la title track "Orchestra Of Wolves", interessante anche per il testo (uno stupratore parla di una sua violenza carnale). Intendiamoci, questo disco non è di certo eccelso, ma è una vera e propria bomba ad orologeria, quanto mai interessante, da ascoltare e riascoltare. Coraggioso. [We're not the same ones you and meIf we were the same onesI'll draw this knife across my throat and bleed it dry- Come With Bombs -](È la mia prima recensione, siate clementi!)… Fonte: DeBaser Deathspell Omega: Kénôse (di Hell) Tutto, eccetto DIO, ha in sè una misura di privazione, perciò ogni ente può essere classificato in base al grado di cui è infettato con mera potenzialità Un tappeto di batteria cadenzata e solenne, un arpeggio tondo ma affilato come un rasoio accompagna sussurri ansimanti farfugliati nel delirio. È l'inizio di un viaggio tra il divino e l'abbietto, tra il sangue e lo splendore, tra kenosis e plerosis, in un vorticoso saliscendi enantiodromico accompagnato da note distorte ma eloquenti come un monologo estatico e ferino. Si apre il portale sul vuoto: ci accolgono un'eruzione di cori, trombe e un momento di silenzio, destinato a sfracellarsi sulle granitiche rasoiate di chitarra che irrompono furenti. Incidono, scolpiscono, lacerano, sono impazzite ed instancabili, tracciano note dissonanti e ordinatamente caotiche, scrivono parole di saggezza teantropica. Kenosis! Teoria di grande rischio… Con ciechi occhi sanguinolenti e con mano tremante, un fragile essere androgino mantiene il pericoloso equilibrio dottrinalerubato in un vestito macchiato dal sordido sangue della Flagellazione, delle lacerazioni, delle crudeli ferite scolpite dagli attributi reali edegli schizzi cremisi gocciolanti senza fine, mentre viene celebrata la Messa Solenne dello Spirito Santo… Il primo atto del devasto conclude la sua opera con la stessa fanghiglia che ci aveva accolti in questa dimensione nera come il più sotterraneo dei misteri ma illuminante come una rivelazione divina, per ricominciare con un soliloquio di chitarre e ringhi che alterna parti più contenute a sfoghi di ira, quasi a voler riflettere in un primo momento per poi attaccare sferzando menti macilente e rubando loro ogni traccia della misera dignità umana. L'aria è pregna di orrorifica contemplazione e il tanfo di una melodia appestata ammutolisce ogni pensiero, rendendolo vano e futile di fronte alla marcia sacralità kenotica. Esplicita è la fede in un DIO che permette alle sue creaturedi essere oltraggiate e disprezzate… E questoè il loro unico unico significato di salvezza… L'unico significato diSALVEZZA!Ma questo iniquo processo non finisce con l'impotenza dell'anima, bensì con la sua totale eliminazione. Ed è così che si conclude il terzo atto: quello della putrefazione, quello dell'oblìo e della dissoluzione nella polvere del nulla. Nessun uomo può vedermi, e sopravvivere!Batteria e chitarra concatenate in una frenetica danza spietata corrodono simultaneamente i rimasugli di un essere oramai ridotto a brandelli; un pianoforte demoniaco e stonato canzona la tragedia con malsani saltelli melodici; inferno e paradiso, dannazione e salvezza, sebbene agli antipodi, ora sembrano così vicini; tutto ciò ha l'aria di essere un intimo pandemonio ontologico messo in crisi da una fede vacillante e spasmodica… La ricerca della perversione non è che una mascherasulla ricerca del significato e della conoscenza?Ecco che ritornano gli assalitori: riffs lenti, trascinati e coordinati, vocalizzi ribollenti ma mai troppo aggressivi, le ultime cicatrici di un calvario offrono la loro presenza in questi attimi deboli e sempre più fiochi, fino a… Fonte: DeBaser Rammstein: Herzeleid (di Starblazer) 1995: i Ramones pubblicano un album intitolato "Adios Amigos", fine dichiarata della loro parabola musicale, e per il successivo tour d'addio scelgono come band di supporto un gruppo emergente che con il punk c'entra come un orso polare nel Sahara: si tratta dei Rammstein, che proprio in quell'anno avevano pubblicato il loro disco d'esordio, "Herzeleid", il primo passo verso la gloria eterna per una band capace di superare tutti i luoghi comuni, di scrivere testi a dir poco geniali e di inventare un vero e proprio genere (il Tanz Metall) per poi rinnegarlo negli anni della maturità. Un passaggio di consegne che può apparire quantomeno strampalato, ma pur sempre il simbolico avvicendarsi tra due realtà musicali egualmente imprescindibili, ciascuna per il proprio genere e la propria epoca.Già, ma com'è questo oggetto, che ha permesso al neonato Schiacciasassi un così grande onore? "Herzeleid" è un album molto fluido, molto omogeneo e molto coeso, una sorta di diamante allo stato grezzo, primogenito di una band in quel momento non ancora al massimo del proprio potenziale. L'elemento chiave di questi Rammstein primordiali è il groove, l'inconfondibile groove del Tanz Metall creato da un continuo, meticoloso lavoro chitarra-tastiere ripetuto in quasi tutte le canzoni del disco. Ciò che ne risulta è un sound di grande appeal e originalità, in cui il metal si incastra alla perfezione con elementi quasi synth anni '80, grazie appunto alle tastiere di Christian "Doktor Flake" Lorenz. Bastano le prime note dell'opener "Wollt Ihr Das Bett In Flammen Sehen", con il suo riff accompagnato da un incessante giro di basso che si ripete per tutta la durata del brano per immergersi completamente in queste atmosfere un po' over the top, atmosfere che ritornano anche in canzoni come la bellissima "Der Meister", in cui i Nostri aggiungono al cocktail una melodia vagamente orientaleggiante che aggiunge ulteriore fascino a una composizione già di per se magica, oppure l'accoppiata "Weisses Fleisch"-"Asche Zu Asche", fracassone e strafottenti, ma con gran classe. La spina dorsale, lo zoccolo duro del disco è completato da altri tre grandi pezzi: il singolo "Du Riechst So Gut", la cui melodia quasi ossessiva e il ritornello orecchiabile e un po' perverso non possono certo lasciare indifferenti, "Leichzeit", altro Tanz-Metall da manuale e l'ironica "Heirate Mich" (notevoli i cori sul ritornello, che saranno poi ripresi dieci anni dopo in "Te Quiero Puta". )I giovani Rammstein provano anche delle variazioni sul tema, e proprio qui dimostrano i propri limiti di band esordiente, non azzeccando sempre: ad esempio "Das Alte Lied", la canzone più lenta e cadenzata del disco, una specie di nonna delle varie "Dalai Lama" e "Spring", rispetto alle quali dimostra però meno mordente e gusto per la melodia, risultando così un pochino piatta e monotona, così come… Fonte: DeBaser Warning: Watching From a Distance (di ale9t0) Pensate a quando la mattina vi svegliate e, con gli occhi appena aperti, non riuscite a trattenere i cattivi pensieri. Pensieri negativi, pessimisti e nichilisti. Oppure quando di sera (anche tarda sera) non riuscite a dormire e a rassegnarvi alle delusioni che avete subito nella vita e cercate di scoprire la ragione di queste delusioni, precipitando in un baratro buio come la pece e vi chiedete il perché siete li, sdraiati sul letto, a corrodervi il cervello domandandovi perché la vostra mente partorisca questi pensieri. Ma la verità è che non c'è una ragione per la quale queste elaborazioni mentali nascono, o meglio, la ragione c'è, ma è così articolata, privata e profonda che anche noi stessi facciamo fatica a capirne il significato e a capire i motivi per cui questi pensieri nascono. In questi momenti ognuno affronta la sua sofferenza a suo modo. C'è chi scappa cercando la compagnia di parenti ed amici e chi, per scelta o per costrizione, ne rimane dentro e sceglie come unica sua compagna di viaggio la musica. E in questo caso dipende dai gusti musicali, c'è chi si rifugia in De André (Tutti Morimmo a Stento), chi si rivolge ad altri generi musicali come il Dark Ambient, il Black/Doom, il Funeral… Ero in un momento del genere anche io quando un mattino avviai la riproduzione di questo disco, Watching From a Distance degli Warning. E mi si aprì un mondo. Gli Warning, nati ad Harlow nel 1994, non suonano nessun genere da me prima menzionato ma sono dediti ad un Doom di vecchio stampo, privo di growl, scream, violini o cori. Questa band però riesce a dare le stesse emozioni che suscitano artisti che suonano generi molto diversi e ben più estremi. Il tutto è dovuto alla batteria cadenzata, lentissima ed onnipresente che accompagna una chitarra malinconica e dolente la quale tesse la tela di ogni singolo brano, impreziosito dalla cacofonica e azzeccatissima voce del cantante. Voce nasale e monocorde ma che riesce a rendere benissimo la sensazione di dolente smarrimento e rassegnazione che l'ascoltatore vuole sentire. Il disco è composto da cinque brani della lunghezza media di dieci minuti ciascuno, per una durata totale di poco meno di cinquanta minuti. L'opera si apre con l'esplosione di una chitarra che entra, prima nel cuore e poi, nelle orecchie dell'ascoltatore con un'irruenza gentile ed aggraziata. Poi attacca la voce, e da qui capiamo che tutto quello che stavamo cercando in quei momenti di pessimistica introspezione l'abbiamo finalmente trovato. Arriviamo così pian piano, accompagnati dalla musica, ad una rassegnazione dal sapore agrodolce poiché anche se si placa il "fuoco nero" che prima ci attanagliava, i problemi che ci hanno portato alle emozioni di quel momento non svaniranno e, al massimo,… Fonte: DeBaser Rammstein: Rosenrot (di Starblazer) I Rammstein sono una band piuttosto lenta nei tempi compositivi: quattro anni di attesa hanno separato il loro secondo album "Sehnsucht" dal capolavoro "Mutter", e da allora ci sono voluti altri tre anni prima che i Nostri tornassero a registrare nuove canzoni. Da quelle sessioni in studio uscirono 22 pezzi. 11 di questi furono inseriti nella tracklist di "Reise, Reise", mentre i restanti vennero pubblicati in questo quinto album, intitolato "Rosenrot", il primo a presentare una copertina all'altezza della situazione: malinconica eppure grandiosa, affascinante e in qualche modo romantica, di grande impatto.È quindi "Rosenrot" una copia scadente del predecessore come il tristemente famoso "ReLoad" dei Metallica? Niente di più sbagliato, la scelta dei brani inseriti in questo disco è stata molto intelligente e mirata a dare a "Rosenrot" un carattere proprio, in modo da discostarsi il più possibile del predecessore, rispetto al quale risulta più omogeneo, più coeso e incentrato su sonorità scure e riflessive, dove anche le cavalcate più tracotanti sono in qualche modo depotenziate e rese più cupe e profonde grazie all'uso magistrale di tastiere, cori, beats elettronici e pianoforte. Perfetto esempio di queste atmosfere sono canzoni come "Spring", "Zerstoren" e "Hilf Mir", che prese singolarmente non sono certo il meglio di quanto fatto finora dallo Schiacciasassi teutonico, ma acquistano valore proprio grazie alla raffinatezza degli arrangiamenti, fino a risultare molto tese, possenti e contrastate. Ad aprire l'album sono però i due singoloni "Benzin" e "Mann Gegen Mann" (con annessi testi controversi e video over the top che fanno dei Rammstein una vera e propria pietra miliare dell'ambito dello shock rock). La prima riprende un po' la concezione di "Enter Sandman" degli ormai defunti Metallica, ovvero inizio lento seguito da una rapida accelerazione, ma rispetto all'opener del Black Album questa canzone è molto più veloce e a mio parere molto più bella e meglio riuscita, con la chitarra incalzante che sale prepotentemente magistralmente accompagnata dalle tastiere, mentre la seconda è introdotta da una sorniona linea di basso (strumento del tutto impalpabile in "Reise, Reise") e sale d'intensità nel ritornello e nell'assolo, insomma una sorta di evoluzione di "Mein Teil", meno ringhiosa e più trasognata e ambigua.Il basso svolge un ruolo di primo piano anche nella titletrack, "Rosenrot", una canzone più melodica e poetica delle prime due, in cui Till sfoggia le sue eccellenti doti tenorili, che fanno volare davvero alto questo pezzo semplice e orecchiabile ma di indubbio spessore.Il meglio però i nostri lo danno in canzoni come "Wu Bist Du", un vero e proprio crescendo di passione, un po' come "Love Like Blood" dei Killing Joke, ma più potente, più universale e nobilitata da superbi arrangiamenti orchestrali ed elettronici, oppure la stupenda murder ballad "Stirb Nicht Vor Mir (Don't Die Bifore I Do)", stupenda nel… Fonte: DeBaser Pietrasanta. Finisce a botte l’incontro su Almirante. Alla Versiliana seggiolate e pugni agli antifascisti che contestavano. Volantini e cori partigiani c... Fonte: Kataweb Spettacoli Marilyn Manson: Mechanical Animals (di GustavoTanz) Non ho mai negato di essere stato per un periodo vittima di quelle false dicerie che vedevano nel leader dei Marilyn Manson (all'anagrafe Brian Warner) l'incarnazione del demonio. Nel corso di questi ultimi due anni mi sono "risvegliato" e ho capito quanto i giornalisti fossero disinformati sulla band in questione, per nulla al mondo satanista al contrario di quelle sopravvalutate (a mio avviso, non odiatemi per questo) nullità dei Mayhem o di quell'ipocrita di Glen Benton. E mandando a quel paese i pregiudizi ho avuto modo di scoprire l'abbondante qualità contenuta nelle sonorità dei primi quattro lavori in studio usciti tra il 1994 e il 2001, prima della morte, sempre musicalmente parlando. Scoperti dal genio vivente Trent Reznor, dopo il fenomenale esordio "Portrait Of An American Family" e il capolavoro "Antichrist Superstar" (indubbiamente uno dei dischi più belli degli anni '90), nel 1998 esce la loro seconda opera d'arte, "Mechanical Animals", secondo capitolo di una trilogia "a rovescio" (nel precedente c'era come protagonista "The Worm", qui c'è l'extraterrestre "Omega", per poi arrivare ad Adam Kadmon più avanti). Le sonorità sono sempre particolarmente pesanti, ma meno industriali rispetto al precedente album, e maggiormente tendenti al glam rock mescolato all'elettronica, quasi un omaggio ad Alice Cooper e ai T-Rex dei tempi d'oro con un pizzico di David Bowie. Non c'è un pezzo maggiormente degno di nota, si sente che c'è parecchia carne al fuoco, ed è proprio questo che permette al cd di essere tra le cose migliori di Manson. Dai singoloni di lancio ("Rock Is Dead", "The Dope Show", "I Don't Like The Drugs (But The Drugs Like Me)", a mio avviso la migliore delle tre), all'intensità di "The Speed Of Pain", forse uno dei pezzi più acustici di mr. Warner, con un inedito Billy Corgan ai cori (non accreditato nel booklet), dalla follia "dansereccia" di "Posthuman" o "New Model No. 15", fino a "Great Big White World", il suo omaggio a questo mondo in preda alla decadenza, per non parlare poi della titletrack, o di "Dissociative". Ma va menzionata soprattutto "Coma White", quarto singolo, lamento energico che spazza via tutto, il modo migliore di ultimare il viaggio spaziale di questo fantascientifico "Omega". I musicisti fanno tutti la loro porca figura. Oltre allo stesso Warner, che dimostra di avere una voce abbastanza graffiante, c'è il chitarrista Zim Zum (che suona in quasi tutte le canzoni, prima di lasciare il posto a John 5), il tastierista un po' schizofrenico (dagli strani -in positivo- modi di suonare, non lo è realmente per fortuna!) Madonna Wayne Gacy, fino ad arrivare al bizzarro Ginger Fish, batterista provetto, e a quel bassista con i contro-attributi che risponde al nome di Twiggy Ramirez, forse quello che, assieme a Trent, ha… Fonte: DeBaser Horizons: Cerchi Trainato dal singolo ''Dimmi'', esce l'album d'esordio ''Cerchi'' della band bolognese Horizons. La proposta musicale di Tommaso Stanzani, Massimo Messina, Marcello Garreffa e Luca Basili, e' una sorta di sintesi tra il pop melodico italiano, con grande uso di voci e cori sofisticati, ed un classic rock sanguigno, con ritmiche marcate da chitarra e batteria.
Fonte: Italianissima Pink Floyd: Atom Heart Mother (di david81) I Pink Floyd sono una di quelle poche band che tenta di dipingere sempre delle tele musicali diverse dalle precedenti.Cosi avviene per il pomposo Atom Heart Mother del 1970 che fa seguito alla colonna sonora More e al doppio Ummagumma. Dopo la dipartita di Syd Barrett i Floyd erano alla ricerca di una nuova strada che non poteva essere quella della canzone formato pop-psichedelico tentata con i singoli a firma Wright del '68. La via giusta era quella della sperimentazione sonora capitanata (ma solo in parte!) da Gilmour e dalla poetica concettualoide della mente di Waters. Se pur lontani dalla cristallina e perfetta struttura di Dark side of the Moon e dai concept album di fine decennio, i Pink Floyd riescono a realizzare un'opera degna del loro nome. L'approcio creativo dei Floyd in quegli anni era basato sulle improvisazioni in studio di registrazione e dagli estenuanti tour dove gli embrioni dei loro brani andavano prendendo forma e consistenza, per approdare -nuovamente- in studio di registrazione ed essere catturati su nastro. Atom Heart Mother è nato cosi… almeno in parte. Effetivamente l'LP è suddiviso - perlomeno per chi lo ascolta - in due sezioni: la prima occupata interamente dalla lunga ed omonima suite, la seconda contenente invece dei gradevoli (ma nulla di piu') brani acustici dal formato sonoro più convenzionale e -quasi come traccia nascosta- uno scherzoso collage sonoro di una tipica colazione all'inglese. Quel che preme analizzare è la suite del primo lato, strutturata in diverse sezioni (tra di loro collegate) ovvero: a. Father's Shoutb. Breast Milky c. Mother Fore d. Funky Dung e. Mind Your Throats Please f. Remergence Inizialmente composta dai soli Pink Floyd (che registrarono l'intera base con chitarra, basso, organo e batteria) la suite si evolse con la stesura delle partiture dell'orchestra e la produzione generale da parte di Geesin. La suite - dal sapore vagamente cinematografico in alcuni tratti - decolla sulle mastodontiche note del motivo simil western di Gilmour (a Morricone non sarà dispiaciuto l'ascolto) per poi lasciare il passo alle sincopate note di controcanto dei fiati arrangiati -come anticipato - dal bravissimo Geesin che ebbe non pochi problemi nella stesura delle partiture in quanto i Floyd (ed in particolar modo il batterista Mason) avevano l'attitudine di suonare leggermente in ritardo sul battere e quindi, per non registrare nuovamente la base, fu fatto in modo che il tutto suonasse compatto nonostante i musicisti d'orchestra di serie B forniti dalla Emi. Si procede all'ascolto del brano passando all'interno di un duetto tra piano elettrico e basso ( con l'aggiunta di una viola) da brividi - forse uno dei momenti migliori dell'intera carriera della band - per attraccare lungo un crescente dialogo sonoro tra cori e organo di Wright ed infine approdare su un tappeto sonoro fatto di collage di nastri che molto rimanda alla Revolution 9 di Lennon contenuta nel White album… Fonte: DeBaser ANGEL HOUSE - World On Fire - Copro/Casket - 2008 Direttamente da Birminghan, ecco qui gli Angel House con il loro granitico hard rock a tinte '70, supportato da ritmiche martellanti e cori sempre efficaci e di ottima fattura; si parte davvero ... Fonte: AllaRadio Lula: Da Dentro (di Naif_90) Gli anni '90 sono stati i più fertili per il rock italiano. In quegli anni infatti emersero o si fecero notare numerosissimi gruppi: i La Crus, i Massimo Volume, gli Afterhours (con l'inglese prima e l'italiano dopo), i Litfiba, i Mau Mau, il Consorzio Suonatori Indipendenti e i Marlene Kuntz, solo per citare i maggiori.Erano gli anni delle mitiche (e mai dimenticate, almeno per il sottoscritto) etichette indipendenti, erano gli anni della Vox Pop (i primi Afterhours, Carnival of Fools, Mau Mau, Le Voci Atroci), del Consorzio Produttori Indipendenti (Ustmamò, Marlene Kuntz, Santo Niente, Santa Sangre), dei primi vagiti della Mescal (Afterhours dopo la chiusura della Vox Pop, Subsonica, Cristina Donà, Bluvertigo) e della fucina di talenti che era la Cyclope di Catania (Flor De Mal, Moltheni, Carmen Consoli, i Lula protagonisti di questa recensione)I Lula sono l'ennesima creatura del geniale Amerigo Verardi, eccellente musicista (Allison Run negli, Betty's blue, i Lula e i Lotus, ultimo progetto in ordine cronologico) e produttore (i primi Baustelle e i Virginiana Miller ), "Da dentro" è il loro esordio. Un esordio caratterizzato da tante sfumature, complessi intrecci melodici e con un occhio che ammicca alle sonorità d'oltre manica e non (mi viene da citare Sonic Youth, Pavement e Jesus and Mary Chain). "Guarda l'umanità che si fa largo stravolgendo i sogni tuoi" apre il disco nei migliori dei modi. Ottime soluzioni strumentali condite da mai banali assoli di chitarra, dove si innesta la bella voce di Amerigo; un sapore di frizzante pop ‘n' roll ha invece il singolo "Marilù Darkene", vera e propia hit del programma Video Music; episodi particolarmente melodici (la spensierata title-track o la carezza al cuore di "Lei si muove dentro te"), acustici ("Non capisci, è distante" con ai cori l'allora esordiente Carmen Consoli), deviazioni improvvise (il furore punk di "Non è abbastanza strano?" o l'hard rock di "Anni Mantra"). Chiude il disco la toccante e psichedelica "Blues for Ylenia", dedicata alla figlia di Al Bano e Romina Power scomparsa, 6 minuti intensi e strazianti dove affiora il fantasma di Syd Barret."Da dentro", un titolo, un programma. Un autentico capolavoro per la musica italiana. Da scoprire e riscoprire.Per chi volesse approfondire:- Marilù Darkene- Non capisci, è distante… Fonte: DeBaser Assenza: Stelle e strisce [promo ep] (di GuyMontag) Il gruppo Assenza propone alla mia attenzione la loro prima registrazione di materiale originale; l'ep (autoprodotto) si intitola "Stelle e strisce" e come già ci lascia intendere il nome il punto di riferimento musicale del gruppo è l'America del rock sanguigno e diretto, quello di Springsteen, di Tom Petty, dei Creedence Clearwater Revival & C. Al rock statunitense gli Assenza aggiungono la melodia e l'orecchiabilità tipica del rock italiano e chiaro sembra anche il riferimento ai big nostrani di questo genere: Ligabue, Negrita e Vasco Rossi in primis. Questo connubio è reso possibile soprattutto dagli arrangiamenti dei brani che, forse in parte discostandosi dalla "purezza rock" dei grandi gruppi americani di un tempo, strizza l'occhio al pop italiano. I 5 brani proposti in "Stelle e strisce" sono tutti belli carichi di chitarre elettriche e di ritmo. L'apertura dell'ep è affidata a "Gira e rigira" che parte subito con un bel fraseggio di chitarra elettrica a cui si aggiunge poi tutto il gruppo dando già dai primi secondi di ascolto l'impressione di come suonerà tutto il cd proposto dagli Assenza: forti vibrazioni, allegria e easy listening: a tratti sembra di immaginarsi addirittura davanti ad un palco durante un concerto ad urlare a squarciagola (soprattutto mentre si ascolta "Un vecchio sano rock'n'roll). Il brano che convince di più è "Piano piano" sia per quello che riguarda il testo, sia per la struttura vera e propria del pezzo, sia per gli arrangiamenti ed i suoni: se dovessi scegliere un singolo tra le canzoni presenti non avrei dubbi. A chiudere l'ep c'è la ballad "Quello che vuoi adesso" che dopo un inizio a base di chitarra acustica e armonica sfocia in un brano a tratti anche malinconico. Anche se a volte si ha l'impressione di una certa "ingenuità " nell'ascoltare "Stelle e strisce" ci troviamo comunque davanti ad una proposta molto ben curata, e non solo sotto l'aspetto musicale in se per se, ma anche sotto il punto di vista della registrazione, che sembra davvero di alta qualità , e della cura con cui è stato realizzato il cd sotto l'aspetto della grafica e del confezionamento (un lussoso digipack). Un esordio quello degli Assenza senza dubbio positivo che sembra promettere qualche cosa veramente buono in ambito pop e rock. Assenza "Stelle e strisce" tracklist 1. "Gira e rigira" 2. "Stelle e strisce" 3. "Piano piano" 4. "Un vecchio sano rock'n'roll" 5. "Quello che vuoi adesso"Gli Assenza sono: Claudio Cilemmi: voce e chitarra acustica Sauro Gaggioli: chitarra elettrica e cori Andrea "Drino" Egidi: basso elettrico e cori Ivan Arena: chitarra elettrica e cori Samuel Tognoni: batteria Riferimenti on-line: www. assenza. com www. myspace. com/assenzarockband … Fonte: DeBaser Sufjan Stevens: Come On Feel The Illinoise (di Maniglio R.) Duecento anni di musica raccolti in 75 minuti. Dalla musica classica ottocentesca al modern classical, dal folk tradizionale nord-americano al pop anglosassone, dal jazz al rock & blues, dal gospel bianco al funk orchestrale: tutto insieme in unico album o, meglio, in ogni singola traccia. 22 tracce, la cui descrizione dettagliata, a livello di qualità artistica e di emozioni suscitate nell'ascoltatore, richiederebbe svariati giorni di lavoro e un librettino in allegato. E sarebbe, probabilmente, insufficiente. Meglio, allora, chiudere gli occhi ed ascoltarlo questo "Illinois". Ed accadrà, così, che si materializzeranno paesaggi e colonne sonore nel corso di un viaggio fantastico. Filarmoniche con il loro formale ed impeccabile contegno che suonano accanto ad orchestrine di strada col barattolino per le offerte dei passanti. Chopin che porta il pianoforte in campagna e improvvisa un duetto con Neil Young e Will Oldham. Morrissey, Thom Yorke e Morricone che si danno appuntamento per suonare in un saloon. Bill Evans e Benny Goodman che suonano con Jeff Buckley ed Elliott Smith da qualche parte in paradiso. Cori e orchestrazioni (mai epiche o barocche) intrecciate a momenti più intimi e minimalistici. Una molteplicità di strumenti, stili, sonorità, atmosfere, immagini e, in definitiva, di emozioni. Capolavoro. … Fonte: DeBaser Sabaton: The Art Of War (di Anatas) Diciamolo pure: che palle!I prodi guerrieri svedesi Sabaton, giunti al quarto album con questo "The Art Of War" incidono l'ennesimo disco di mazzate cavalleresche, guerra, epicità e tanto ma tanto amore per i Manowar, Grave Digger era "Excalibur" e i primi guerrafondai Blind Guardian. Musicalmente parlando ci troviamo di fronte ad un prodotto in pieno stile new wave anni ottanta, nel quale si odono i soliti cori epici, le solite cavalcate epiche, i soliti riff epici e le solite cose che ai fan dell'heavy metal più epico e Manowaresco non potrà far altro che far gioire e saltar dalla sedia. Il disco, tuttavia, non è male ed è questa la cosa che più mi fa incapperare. Ad onor del vero, una band che ha la capacità di proporre qualcosa di dinamico, divertente, bello, incazzato al punto giusto, melodico e… . . tanto ma tanto heavy, perché deve perdersi nel pacchiano e nello scontato, con i soliti riff rocciosi e i soliti assoli al fulmicotone, veloci fin quanto basta, melodici e sempre taglienti. Non deve! E, sempre rigorosamente, senza uscire fuori dagli schemi.E se in "Firestorm" udiremo "… . DIe, Die. . !!!" non dovremmo, poi, meravigliarci così tanto, perché questa sarà la cosa più naturale del mondo.Song come l'opener meritano davvero tutto l'oro del mondo, così come le smisurate dosi di epicità di "Ghost Divisinon" e "Umbreakable" che si rivelano canzoni davvero vincenti con i giusti ingredienti dosati al puto giusto.Ma la domanda è: dove sono le palle? Perché dobbiamo sorbirci nel 2008 l'ennesimo gruppo, preparato tecnicamente, molto bravo (e su questo non si discute) che ci fornisce una proposta musicale trita e ritrita da tantissimi altri gruppi musicali senza neppure un briciolo di novità? Anche se si va a scomodare in "Ciffs of Gallipoli" sua maestà John Oliva ed i suoi Savatage con un refrain che, praticamente, è un copia-incolla di "Edge Of Thorns" a me, questo disco, non va.Ritornando al principio: che palle!Bravi i Sabaton, saranno pure maturati (in quattro album era d'obbligo) ma sembrano i Manowar e assieme alle altre bands su citate dei poveri che sapranno coinvolgere tutti gli amanti del power metal e dell'heavy in genere ma che non diranno un benamato cappero chiodato a chi, all'interno del metal e della musica in generale, cerca un briciolo di novità.Un disco da ascoltare ma da rinchiudere nel cassetto dopo il primo paio di ascolti. Un peccato, davvero.… Fonte: DeBaser
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