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Risultati per: ApiceArticoli trovati: 27


  1. Ufomammut: Idolum (di fede)
    Un giro di basso solitario emerge dal nulla, pochi battiti, e subito viene seguito da un riff malefico e sporco dal sulfureo incedere sabbathiano. Ha così inizio "Stigma", prima sanguigna traccia del mefistico "Idolum", ultimo disco dei piemontesi Ufomammut. E lasciatemelo dire, loro immenso capolavoro. La prima traccia apre quella che sarà quasi una continua jam session, fatta di densi vapori gialli che improvvisamente assumono tinte oscure e psichedeliche, erosioni e scosse telluriche che aprono in due la vostra corteccia celebrale e la vostra tranquillità domestica, polverosi venti taglienti come lame gelide, cosa strana dal momento che il disco ci proietta diretti nel centro della terra, dove sopravvivono solo fuoco e lava. E demoni, quelli evocati dalla pesantezza della batteria, dalle stratificazioni mefistiche della chitarra, dall'incessante pulsazione del basso e da una voce, ora più che mai a completamento e sottofondo di un album (quasi) strumentale. Se già conoscete la band e avete accusato mentalmente ascoltando i loro precedenti lavori, questo vi demolirà. Bisogna essere forti per accettare la visione di un culto pagano che nei suoi sacerdoti i Pink Floyd mistici di "A Saucerful Of Secrets", e negli esecutori dei riti dalle cadenze doom i vari Neurosis, Pelican, certi Isis, Sunn O))), Kyuss e Tool (tra i principali). Impossibile descrivere traccia per traccia, le parole scemerebbero la qualità immensa del disco. "Stigma" rappresenta le porte dell'Ade, "Stardog" ne disegna il cielo tumultuoso e infuocato, fatto di demoni straziati dal dolore eterno, ognuno con in braccio una chitarra, a affliggere le anime sottostanti con riff tellurici di immane potenza. Segue "Hellectric", immenso e infinito assalto elettrico, un Acheronte impetuoso e scuro che ci traghetta sull'altra sponda del Pandemonio, dove ci aspetta il nucleo di questo viaggio. Ad attenderci c'è un angelo dalle ali strappate e coperte di pece che risponde al nome di "Ammonia". Intorno ad esso un'atmosfera di relativa pace: lo zolfo è ancora nell'aria, trasportato dal vento, ma intorno a noi solo il seducente canto di questo figlio di Dio caduto. D'improvviso quella che sembrava essere una nenia celestiale si trasforma nel peggiore delle invocazioni luciferine, se è vero che rappresenta la nostra fine e la nostra dannazione, il punto in cui siamo maggiormente stregati dal disco e irretiti di fronte alla possente miscela sonora creata dai nostri. Da qui in poi è solo buia catarsi e passivo abbandono alle bordate dei Nostri, che impietose si abbattono sull'ascoltatore senza lasciargli respiro. Il climax mistico di "Nero" ha un che di sacro, se solo non fossimo dove siamo, "Destroyer" è annichilente, disarmante e distruttiva. Menzione d'onore all'ultima traccia, altro apice del disco e punta (o vertice basso) del nostro personale inferno, "Void/Elephantom". Siamo probabilmente di fronte a una riedizione riveduta e corretta in…
    Fonte: DeBaser

  2. From Autumn to Ashes: Too Bad You're Beautiful (di fede)
    Quando si dice il caso. Proprio un anno fa, durante una vacanza scozzese, acquistai tutta una serie di cd a poco più di cinque sterline in un HMV: erano (a parte qualcosa di Neurosis e Mogwai) tutti dischi emo, genere di grande fortuna in Inghilterra e soprattutto negli USA. Pur essendo piuttosto lontano da questo genere avevo voglia di farmene una piccola cultura, tanto per allargare i miei orizzonti. Durante quel soggiorno comprai tra i tanti i Funeral For A Friend (grande acquisto), i Silverstein e gli Underoath (entrambi così così), i Poison The Well (mai digeriti) e i From Autumn To Ashes (anch'essi al tempo ostici). La settimana scorsa ho ripreso quest'ultimi e li ho messi in cuffia: mi sono dovuto ricredere alla grande. Sarà che in un anno ho ascoltato qualcosa di hardcore e (ahime) anche di metalcore, sarà stata la grigia nostalgia albionica, fatto sta che il disco mi è piaciuto. Non lo adoro sia chiaro, ma tra i solchi del cd ho trovato delle tracce potenti e al tempo stesso dolci, piene di lacrime di rabbia e di dolore, ho sentito dei brividi provati con tutt'altri generi. Il disco in questione, "Too Bad You're Beautiful", parte lanciatissimo con le urla sguaiate di "The Royal Crown vs Blue Duchess", che si intrecciano con un cantato melodico in un'intelaiatura veloce, violenta e ipertecnica che non da respiro e lascia spiazzati (spiacevolmente, almeno per quel che mi riguarda). Ci sono così tanti cambi di ritmo, convergenze e digressioni sonore, attacchi lancinanti, rumore insomma, da sentirsi in preda a una tempesta, con come unico appiglio il bellissimo e intimo break a tre quarti di traccia, che sfocia nella parte conclusiva in scream senza dubbio più apprezzabile melodicamente. Saltando ipoteticamente la canzone appena descritta e passando a "Cherry Kiss" l'impatto è diverso. C'è sempre molta velocità e potenza, ci sono i riff tecnici intessuti sulle urla potenti di uno dei cantanti, ma la presenza melodica è maggiore, e la si avverte ancora una volta nel break, che taglia in due la canzone e la fa crescere in ritmo e intensità emotiva. Alla fine del pezzo ho sentito che forse il disco aveva le sue carte per convincermi e ho proseguito nell'ascolto, che mi ha riservato una nuova sorpresa. "Chloroform Perfume", bellissimo pezzo tutto in clean, sconvolgente climax sentimentale che da una chitarra arpeggiata prosegue sino a un apice di fattura veramente pregevole. Da notare i testi: di dovere emo nelle tematiche, forse a tratti un po' adolescenziali, sanno comunque colpirti e lacerarti con versi semplici ma così cinici e crudeli da sembrar essere strappati dal diario di qualcuno che è stato appena abbandonato dall'amore della sua vita (un po' il concept del disco). Notevole poi la…
    Fonte: DeBaser

  3. Cannavaro e Santacroce, due destini che si uniscono

    All'apice della carriera il primo, per la prima volta in azzurro il secondo. Eppure, era scritto che le strade di Cannavaro e Santacroce si incrociassero in un passaggio del testimone ormai prossimo.


    Fonte: Fastweb Sport

  4. Ilary Blasi confessa: Sono la più grande cornuta d'Italia
    Un matrimonio d’amore, due figli e gli affari che vanno a pieno regime. Francesco Totti, se non fosse per quei fastidiosi infortuni che da qualche tempo lo tediano, può essere considerato un uomo fortunato. Ilary Blasi, conferma questa sensazione in un’intervista rilasciata a Vanity Fair. “E’ cambiato. Francesco era un timido, un ipersensibile diffidente – spiega la moglie dell’ex azzurro - Totti mica l'ho trovato così: ci ho lavorato sopra, era un uomo del secolo scorso”. Ilary difende a spada tratta la sua metà: “Un giorno lo dipingono come un mito - rincara la moglie del romanista - il giorno dopo è un delinquente donnaiolo e poi torna a essere il benefattore dei bisognosi. Ma a rimetterci sono sempre io”. Però qualche sassolino la signora Totti se lo toglie: “Sono la più grande cornuta d'Italia, tradita un giorno sì e l'altro pure. E' questo che scrivono i giornali: e alla fine, che sia vero o no, la gente lo pensa ugualmente. Ho imparato a non farci più caso". Il loro è stato amore a prima vista. "Mi irritava l'idea che potessi essere uno sfizio. Francesco mi piaceva, ma non volevo dargli soddisfazione". Così trattò il suo campione preferito con po’ di freddezza. “Comunque non ci sono mai uscita da sola prima del derby del 10 marzo 2002, quello finito 5-1". Quello della maglietta con la scritta “sei unica”. "Era dedicata a me. Nelle interviste del dopopartita, ha detto che era per la curva. Tipico di Totti il timido. Francesco è così”. La presunta love story del suo Francesco con Flavia Vento le fa ancora male. "Quello è stato l'apice. Una violenza incredibile. Ero incinta: potevo perdere il bambino per lo shock. A questo nessuno ha pensato? È stato terribile, un incubo. Ma non ho mai dubitato di lui, gli ho sempre creduto". La sua parola contro quella di Francesco. Ma se non ci sono prove, il sospetto da che parte pende? E' stato terribile, un incubo. Sono stata malissimo, mi sono rosa come una matta. La vita ti porta tante sorprese, a una cosa del genere però non ero preparata. Fortunatamente io e Francesco abbiamo gli stessi valori, la stessa filosofia di vita, gli stessi obiettivi e il nostro amore. Non ho mai dubitato di lui, gli ho sempre creduto". Adesso la Vento la vede in tivù mentre si dibatte nelle sabbie dell'Isola dei famosi. "Non ce l'ho con lei. La colpa non è sua: le hanno promesso mari e monti e ci ha creduto. Ce l'ho con chi ha architettato quella storia a tavolino ed e' riuscito a venderla. E' assurdo, ma so che può ricapitare, fra due anni o fra due mesi. Mi sono salvata grazie all’orgoglio. Grazie a Ilary”.  
    Fonte: Tiscali Sport

  5. Mercenary: Architect Of Lies (di Pasko)
    I Mercenary nascono come band votata al death melodico agli inizi degli anni 90. Danesi di nascita, ma svedesi per vocazione, il loro stile ha un'evoluzione continua fino a "11 Dreams", l'album della svolta, nel quale la melodia inizia a svolgere un ruolo di primaria importanza. La metamorfosi si completa con l'allonamento dello storico bassista e vocalist (per quanto riguarda il cantato in growl) Kral e la realizzazione di "The Hours That Remains", che resta secondo il sottoscritto il loro apice artistico e che recensirò in seguito. Per ora meglio concentrarsi sul presente della band danese."The Architect Of Lies"  vede la luce nel marzo 2008, ed è la gradita conferma dei Mercenary come band di assoluto rilievo nel panorama metal europeo, nonchè come ensemble di assoluto spessore artistico. Creatisi una dimensione musicale che spazia dal power/prog al gothic senza dimenticare le proprie radici death metal, la band dei fratelli Sandager incide 10 tracce che sprigionano un'intensità musicale ed emozionale notevolissima.La classe e la perizia tecnica non mancano di certo ai danesi, come si evince da tracce quale "Bloodsong", "The Black And Endless Never", "Embrace The Nothing" e "Isolation (The Loneliness In December)". Mentre le prime due giocano tutto sull'impatto sonoro e sulla tecnica, le ultime si basano sulle melodie che i chitarristi Martin Buus e Jakob Molbjerg e il tastierista Morten Sandager dimostrano di saper intrecciare sulle basi ritmiche precise ad opera del batterista Mike Park Nielsen e del bassista (e cantante in growl) Rene Pedersen.L'alternaza tra clean vocal e growl tipica del death melodico è ovviamente presente in tutti i brani, ma non si cade quasi mai nella banlità o nel già sentito; basti ascoltare a tal proposito il ritornello dell'ottima "The Endless Fall", dove il growl e le clean vocals si sovrappongono fino a mescolarsi, creando un effetto davvero originale. Come già accennato, il growl è affidato a Rene Pedersen, e se ne può ammirare la smisurata potenza in tracce quali l'opener "New Desire" e "I Am Lies", dove viene spesso affiancato -ma non sovrastato- dalle clean vocal e dove si può notare l'importanza delle tastiere all'interno delle singole composizioni. Altro pezzo dove il buon Rene può dare libero sfogo alla sua ugola è "Execution Style", il brano più pesante dell'intero lavoro.Ad occuparsi delle clean vocals c'è invece Mikkel Sandager, che merita un discorso a parte. Il singer danese è autore infatti di una prestazione maiuscola; lungo tutto il disco è possibile valutare il suo range vocale spaventoso, dagli acuti con i quali affianca i growl di Rene Pedersen, alle parti più rilassate dove può scendere un po' con la voce per diventare più teatrale ed interpretativo.Un'ottima prova per i Mercenary, che confermano quanto di buono già fatto, e soprattutto portano avanti il loro sempre più personale discorso musicale. Disco consigliato agli amanti del death melodico…
    Fonte: DeBaser

  6. Katatonia: Dance Of December Souls (di katharsys)
    Dei Katatonia è fin troppo facile assurgere "Brave Murder Day" nel pantheon delle opere-dee del black, del doom, e forse anche del death. Ma un confronto ragionato e approfondito con "Dance of December Souls" perde il confronto, seppure di pochissimo."Dance of December Souls" risulta essere l'apice espressivo del gruppo svedese, senza dubbio per la mancanza di atmosfere lentissime ed ipnotiche che fecere grande "Brave Murder Day", sostituite qui da un magistrale riffing trasportante, profondo, emozionale, quasi black-sabbathiano in alcuni punti.Album privo delle atmosfere rancide e brutali che avvicinano il black anni '90 allo stereotipato sound darkthroniano, denso invece di un tecnico e performantissimo cadenzamento ritmico-melodico variegato e molto ben ragionato, che da questo punto di vista ricorda quasi i Dissection di "The Somberlain", e da ambientazioni raggelanti, agghiaccianti, "pulite", fortemente evocative.Album che si muove in un territorio dove le influenze death e doom sono, a mio avviso, piuttosto marginali, ma che costruisce un "campo infinito ed eterno, dove anche Dio è terrorizzato" [citazione da "Tomb of Insomnia"]. Tre interludi strumentali o quasi, e cinque tracce in cui la disperazione traspare attraverso una voce acerba ma estremamente carica ed espressiva di un certo Jonas Renske: "Seven Dreaming Souls", impercettibile intro, seguita dalla magistrale "Gateways of Bereavment", penetrante, glaciale, coinvolgente sul suo disegno d'apertura, ed in cui si stenta a trovare un riff o un controtempo fuori posto, il tutto su un ritmo non troppo veloce, ma che non scade nel prolisso o nel noioso; simile come andamento, ma forse più scarica e ingenua "In Silence Enshrined", che però fa di un riff centrale della sua solidissima struttura il suo cavallo di battaglia, innalzandola ad un livello più che buono.Si prosegua con "Without God", che insieme alla successiva "Elohim Meth" è tratta da un demo dell'anno precedente (1991), "JHVA ELOHIM METH": l'introduzione è assolutamente imprescindibile, piena e sufficiente a costruire quasi l'intero valore del pezzo - introduzione ripresa e migliorata nella sua energia, ed accompagnata da brevissimi interludi atmosferici a venti gradi sotto lo zero. Degno di nota l'arpeggio che riesce addirittura a stemperare la tensione, facendo di questa canzone un'altra perla che si avvicina alla perfezione.Quasi inquietante la breve "Elohim Meth", che scivola senza pesare o consumare l'atmosfera verso la gemma che illumina con luce assolutamente cruda l'intero panorama dicembrino: "Velvet Thorns (of Drynwhyl)", costruita su due guitar-lines insuperabili, della stessa consistenza di un blocco solido, dei veri e propri canali sonori che scorrono in un ghiacciaio. A onor del vero numerosi minuti della traccia scorrono in un ambito completamente diverso, un velocissimo screaming in pre-falsetto, sorvolante riffing approssimativo e quasi buttato a caso, nello stile dei peggiori Gorgoroth, salvo poi scivolare in un paio di ghirigori di basso assolutamente degni di nota.…
    Fonte: DeBaser

  7. DragonForce: Ultra Beatdown (di Anatas)
    I Dragonforce sono una delle poche formazioni che è sempre riuscita a stupirmi in maniera più che positiva. Questo in chiave del fatto che hanno saputo rivedere e correggere il concetto ormai striminzito e alla frutta di "power metal" miscelando elementi di quest'ultimo con quelli tipici del black metal. Sin dagli esordi con  quel loro "Valley Of The Damned", un po' acerbo ma con le idee chiare esposero al mondo quale era la loro intenzione: mettere a ferro e fuoco il panorama heavy mondiale. La formazione inglese (la più multietnica che conosca) non si fermò qui e si superò nel monumentale "Sonic Firestorm" che, ancora oggi, considero il loro apice nonché un must per coloro che si definiscono fan del power metal e, comunque, dell'heavy metal tutto. Dopo larghi riscontri ottenuti a destra e a manca, nonché varie esibizioni live il terzo full lenght della band, quel "Inhuman Rampage" mi lasciò un tantino tentennante: perfetto sotto ogni punto di vista ma fin troppo prolisso e ripetitivo. Il dubbio iniziò ad insinuarsi in me: "che il giocattolo stia già per rompersi"?Anno 2008. Gli inglesi di Herman Lee danno vita al loro quarto pargolo in studio, "Ultra BeatDown" appunto, dalla cover abbastanza idiota e dalle song… … . Ecco appunto. Dalle song che esattamente mi aspettavo. Tutte uguali, sotto il profilo del songwriting, senza un minimo distaccamento dai tre dischi precedenti, salvo per alcuni (poco) interessanti bridge in alcune composizioni (cito "Heartbreak Armageddon", "Scars Of Yesterday" e "The Last Journey Home"). Fatta salva l'opener ("Heroes Of Our Time")  ed il video che è possibile vedere liberamente già da parecchie settimane, il disco, complessivamente, è di una noia mortale! Nessuna canzone riesce a coinvolgermi più di tanto, nessuna! Oramai i Dragonforce hanno già dato tutto quello che potevano dare in tecnica, velocità e contro cazzi vari nei loro lavori precedenti e, mi duole dirlo, la strada da loro intrapresa (quella delle super speedy songs dalla durata media di 7 minuti e passa, nelle quali pare che gli strumenti stiano per prendere fuoco e, sempre nelle quali, durante l'esecuzione degli assoli il singer ZP Theart pare abbia il tempo di andare a pisciare, farsi una sega, prendersi un caffè, fumarsi una sigaretta per poi rimettersi dietro il microfono, aggiustarsi per ben benino i capelli e ritornare a cantare) è una strada senza uscita e senza via di evoluzione. Sempre la stessa solfa, sempre le stesse songs, sempre gli stessi riff, sempre gli stessi assoli ipertecnici e iperveloci, sempre lo stesso singer e sempre la stessa cazzo di ballad, ad ogni giro sempre più brutta, sciapa e noiosa! Ma che palle!Poveri Dragonforce. Eppure sono una forza della natura, una di quelle formazioni che quando le vedi dal vivo non…
    Fonte: DeBaser

  8. Acid Reign: Obnoxious (di Bartleboom)
    A Saucerful Of Thrash - Episodio I: "Il disgusto di Sua Maestà"Con un'operazione di storiografia medallara a mio avviso piuttosto discutibile, alcuni giungono a raggruppare Acid Reign, Sabbat e Onslaught sotto l'ombrello di un'ipotetica "Triade anglosassone" del thrash medal anni '80, da contrapporre (ma, forse, sarebbe più opportuno dire "da affiancare") a quella ben più nota e blasonata di origine teutonica, formata da Sodom, Kreator e Destruction.Trattasi, per quanto mi riguarda, di un errore storico, ancor prima che di un giudizio opinabile. In primo luogo perché non tiene conto delle numerose differenze sussistenti tra i due bacini musicali in esame, non solo sotto il profilo della quantità, ma anche, e soprattutto, della qualità e della varietà della proposta discografica. In secondo luogo perché, in tal modo, si dimenticano le particolari contingenze spazio-temporali che caratterizzarono la primissima fase delle carriere del terzetto tedesco ed i rapporti personali che legarono per molto tempo i membri delle rispettive formazioni. Ma, soprattutto, perché una tale ricostruzione finisce per rivalutare eccessivamente l'operato di una band certamente dignitosa, ma tutt'altro che trascendentale, quale, appunto, gli Acid Reign.Formatisi intorno alla metà del 1985, i cinque di Harrogate (contea dello Yorkshire), affondavano le proprie radici musicali non solo nel thrash medal imperante al tempo, ma anche nell'hardcore di matrice statunitense, riletto per l'occasione in chiava ironica e demenziale. Grazie al connubio di questi due elementi, la band era riuscita, nel giro di una manciata di anni, a raccogliere un buon successo tra il pubblico locale, giungendo alla pubblicazione dapprima di un EP curiosamente intitolato "Moshkinstein" (del '88, dalla spiccata attitudine thrashcore e sfregiato da un suono di chitarra di rara pastosità), e quindi all'esordio vero e proprio nel 1989 con il full length "The Fear"."Obnoxious" (pubblicato sotto Under One Flag nel 1990) è il secondo e ultimo disco della band, e può pacificamente ritenersi il suo l'apice discografico. Grazie anche all'ingresso in formazione del misterioso "Mac" (basso) e di Adam Leah (chitarra, poi nei Cathedral), al posto di Gaz Jennings e Ina Gangwer, la band mostra una maggiore sicurezza nei propri mezzi compositivi e un'accresciuta dimestichezza con gli "attrezzi del mestiere". Senza rinunciare ad un'oncia di quell'aggressività sonora che aveva caratterizzato le precedenti produzioni, qui i nostri fanno sfoggio di un apprezzabile, e tutto sommato riuscito, lavoro di "scalfittura" della classica forma canzone grazie al quale la tipica intransigenza in 4/4 di matrice thrashcore, lascia il posto ad architetture compositive più complesse e strutturate, ad azzeccati stop & go ("Phantasm") ed a un lavoro assolistico ben più vario e ricercato. Il risultato finale è un disco in cui la band rinuncia parzialmente alla propria componente più freak e goliardica (ma non al vizio della copertina imbarazzante). Un disco oscuro, …
    Fonte: DeBaser

  9. Bark Psychosis: Independency (di Eraser_ed)
    La definizione "acerbo" è il tipico luogo comune di cui far uso quando ci si trova di fronte ai vari EP di una band agli albori del proprio percorso artistico. Nel caso di "Independency" dei Bark Psychosis, raccolta ufficiale degli EP di lancio della band, un ipotetico utilizzo del termine "acerbo" o eventuali sinonimi, sarebbe un'inesattezza rilevante. "Independency" viene pubblicato definitivamente nel 1994, nello stesso anno di quel capolavoro indiscusso che risponde al nome di "Hex", ieri sottovalutato, oggi dimenticato, perla musicale tanto oscura quanto affascinante e persuasiva, valvola di sfogo di un (troppo) esiguo pubblico "di nicchia", per una band che segna invece il testamento di apertura del moderno "post-rock"(in collaborazione con gli Slint e i Talk Talk). La storia di "Independency" comincia quindi sei anni prima di "Hex": 1989, Graham Sutton & Co. riescono ben presto ad ottenere il riconoscimento di una piccola etichetta discografica, la "Cheree" , che li accompagna alla pubblicazione del primo EP "All Different Things", una composizione dallo straordinario impatto emotivo, con una melodia appassionata, ottimista e abbagliante, frapposta ad un leggero slancio rumoristico di chitarre e batteria; una prima prova lontana dalla cupa alienazione metropolitana di "Hex". La successione dei singoli procede con l'EP "Nothing Feels", e la sua omonima traccia estremamente minimalista, con gli strumenti ridotti all'osso che preparano il terreno per un primo dominio assoluto di quella "poetica sonora del silenzio" praticata attraverso strumentazioni elettroniche, e incastrata in schemi Rock e Jazz, che contribuisce alla creazione di un tessuto musicale psichedelico e suggestivo, costituendo forse l'apice dello sperimentalismo sonoro dei Bark Psychosis. L'Ep prosegue poi con la dolce e sentimentale ballata dream-pop di "I Know", dove su pochi accordi di chitarra, si distende in un velo armonioso e celestiale, la voce eterea di Sue Anderson, in una composizione che rinvia fortemente al pop onirico dei più noti e moderni Sigur Ròs, che evidentemente devono qualcosa ai quattro di Londra. Un attimo dopo è invece il momento di "By Blow", che si distacca decisamente dai singoli appena descritti: ora non si assiste agli scenari onirici e poetici dei singoli precedenti, in quanto si cambia il tiro verso un suono noise, ossessivo e diabolico, dimostrazione dell'influenza di gruppi come Sonic Youth e Napalm Death, allora altamente in voga. Il 1991, nel breve percorso dei Bark Psychosis, segna l'abbandono dall'etichetta "Cheree" e l'approdo alla "3rd Stone Records", con pochi mutamenti dal punto di vista sonoro. Questi sono gli anni dell'EP "Manman", con l'omonimo singolo e la sua imponente e tenebrosa elettronica Drum and Bass, "Blood Rush" con la sua melodia morbida e seducente, mentre arrangiamenti più complessi e d'avanguardia caratterizzano l'altra traccia "Tooled Up". …
    Fonte: DeBaser

  10. Dark Tranquillity: The Mind's I (di fjelltronen)
    Dark Tranquillity. . ricordo perfettamente il momento in cui nel marzo del 1995 decisi di ordinare il loro primo lavoro "Skydancer", quel nome mi attraeva profondamente ed ipnotizzato dai Tiamat di "Wildhoney" ero alla ricerca di nuove emozioni e gruppi sconosciuti provenienti dalla tanto adorata Svezia. Ed amore al primo incontro si riveló, completamente conquistato dall'unione di melodie sognanti con grunts vocali acidi e schizoidi, ritmiche ora furenti ora calde e vellutate. . un vero patchwork carnevalesco, fantasia allo stato puro! Bei tempi. . Venendo all'oggetto in questione "The Mind's I", si tratta del follow-up al pluridecorato "The Gallery", lavoro indicato dai mass-media come l'apice creativo del combo, ed esce nel 1997 per Osmose Productions. Attesissimi dal sottoscritto come da molti dei loro nuovi fans elettrizzati dal precedente platter, gli scandinavi ci propongono dodici pezzi rabbiosi, diretti, sapientementi addobbati dalle solite limpide melodie made in Götebörg ma parzialmente scevri dei tecnicismi esasperati ed ipnotici delle precedenti opere. Giá, qui viene privilegiato l'impatto, i riffs sono snelli e tellurici, le ritmiche muscolose e persino il cantato di Mikael si ingrezzisce, vira verso tonalitá al limite del gutturale, si fá denso, intriso di efferata cupezza. Infatti con "Dreamlore Degenarate" ci si allonatana dalle regalitá dell'inno "Punish My Heaven", il pezzo si rivela subito urgente, aggressivo con Stanne a grugnire scatenato e gli axemen Sundin-Johansson a dipingere armonie essenziali ed efficaci. Si sprecano riferimenti al death-trash degli At The Gates nella successiva "Zodijackal Light", altrettanto veloce ed irosa ma elegantemente interrotta da momenti ragionati, dove i twin-solos si lasciano apprezzare per un gusto melodico al solito ineccepibile. Uno dei picchi del lavoro si rivela senz'altro l'isterica "Dissolution Factor Red", ritornano a farsi sentire i tecnicismi elaborati e la velocitá aumenta ulteriormente nelle tristi linee di chitarra appoggiate su blast-beats grezzi e sguaiati. "Insanity's Crescendo" apre le porte verso quelle che saranno le atmosfere onirico-darkeggianti del successivo "Projector", una semi-ballata dai toni acustici abbelliti dall'ugola tersa e cristallina di Sara Svensson che precipita nell'uragano di acida pesantezza doom-metal nella parte conclusiva. Appasionate le urla di Stanne ed acculturato il liricismo. Altri assalti metallici, sempre abbinati ad armonie seducenti, si rivelano "Still Moving Sinews" e "Atom Heart 243. 5", dove si nota il lavoro estenuante delle chitarre, incredibile il numero di riffs qui proposti, sempre cangianti ed originali ma parzialmente privati dei tanti solos ammirati in passto. Nel finale si staglia la concretezza melodica di "Tidal Tantrum", esperimento doom-death ricamato dalla sei corde malinconica e folkeggiante mentre la nostalgica "The Mind's Eye" chiude il lotto con una batteria solitaria a supportare lente armonie cha lacrimano seducenti nell'incedere solitario di suoni acustici e tastiere di cristallo. Insomma un lavoro di qualitá, professionalmente prodotto sotto tutti gli aspetti, concepito come leggero cambio di direzione stilistica volto a semplificare…
    Fonte: DeBaser

  11. R.E.M.: Live @ Arena di Verona, 21.07.2008 (di Wendysonoacasa)
    È un rito calcistico, ma ci stava tutto per esprimere la gioia incontenibile dei 22mila all'Arena di Verona. Il pubblico accorso al concerto dei Rem dà inizio a una ola che percorre l'anfiteatro da parte a parte e io sono beatamente nel mezzo. Sì! L'emozione si tocca con mano, suona il gruppo di Michael Stipe con le canzoni del nuovo album "Accelerate", il primo registrato in studio dal 2004, che la band sta portando in giro per la Penisola in una serie di date che culmineranno il 26 e 27 settembre, a Bologna e Torino. Nella tappa veronese il gruppo di Athens si mostra in splendida forma, sia dal punto di vista artistico sia d'immagine. Stipe elegantissimo in gessato nero si muove come una scimmia sul palco, producendosi in balzi da atleta per raggiungere le prime file e le gradinate. Davvero non si tiene, ma quanti anni ha? Alle spalle, una scenografia iper - tecnologica con mega schermi a riflettere l'immagine del cantante decuplicata, posterizzata, accelerata appunto. Con i fidati compagni di sempre Peter Buck e Mike Mills, il leader strappa subito l'applauso inanellando una serie di assi da far paura: spazio a "Supernatural Superserious", il singolo tra i più trasmessi in radio questa primavera, seguito dalle perle di un passato che pochi possono vantare. Tra queste si contano "What?s The Frequency, Kenneth?", con la gente che già comincia a battere i piedi frenetica, poi "Begin The Begin", da "Monster", e "Bad Day". È a questo punto che Buck, con la Gibson che percorre ormai a occhi chiusi, si rivolge al pubblico delle poltrone lanciando un inequivocabile richiamo: «Siete a un concerto rock, non all'opera, potete alzarvi e ballare se vi va». I fan non se lo fanno ripetere due volte. Eccoli balzare in piedi al ritmo di "The One I Love" e "Imitation Of Life", pietre miliari di un repertorio che ne vale almeno quattro. Ma che sensazione dev'essere costringersi ad accantonare brani che hanno fatto la tua storia, e la storia del rock, in fase di scaletta?!? Stipe e soci ricordano gli esordi di "Murmur" e i momenti melodici altissimi, impagabili di "Drive", apice del live act. Sulle labbra e nel cuore si posano dolcemente le note di "Find The River", eseguita con una sezione di organo, stupenda traccia di chiusura di "Automatic For The People". Un battito cardiaco più forte, un balzo in avanti ci porta a "Man - sized Wreath", che prepara il climax adatto a introdurre "Orange Crush" e "Pretty Persuasion". Le percussioni di Bill Rieflin danno il là per "It's The End Of The World", mentre uno dei bis non poteva che essere "Losing My Religion". E qui anche i più riottosi a muovere le…
    Fonte: DeBaser

  12. Canned Heat: One More River to Cross (di mien_mo_man)
    Ok, non ci sono più grandi dischi nella carriera di questi artisti. Ok, questa è gente che nella vita  sa fare solo musica e dischi, non importa quanto buona la prima e di quale valore artistico i secondi. Ok,  hanno deciso di vivere di questo, tra alti e bassi, nonostante la inevitabile parabola discendente, sebbene la forza di gravità riesca sempre a spingere verso il basso proprio tutto, anche l'ispirazione. Se cercate e cercate, trovate che i Canned Heat esistono a tutt'oggi, che del nucleo storico magari c'è rimasto ben poco, ma che fanno ancora musica e forse pure dischi; trovate che ogni anno esce una o più raccolte, che ogni tre esce un disco di b-sides, che ogni quattro un bootleg di un vecchio concerto… Roba un po' da miserabili, per la serie "guarda un po' che fine del cavolo devono fare le grandi bands del ?68", ma poi pensi alla fine di tutto il movimento ed i suoi sopravvissuti, ed infondo realizzi: guardi gli déi dell'hard rock che suonano all'anfiteatro greco di Taormina, poi al palazzetto dello sport di Cropalati e quindi alla sagra dello squacquerone di Bertinoro, e d'altronde l'energia ci vuole prima di una lunghissima esibizione di Riccardo Antonelli… Guardi il giornalista del '68 che oggi ha famiglia, ed allora è decisamente più allineato e coperto, anzi è un vero lecchino del superpotente di turno, epperò mica ha smesso di fare il giornalista. L'intellettuale d'allora fa l'intellettuale anche adesso, e adesso come allora cerca la gloria, ma ieri la gloria era all'università negativa di Trento, in cui provava ad essere il professore di sociologia di gente come Renato Curcio e Mauro Rostagno, mentre oggi la gloria è situata nel conto corrente ed in qualche salotto bene forzaitaliota. Insomma, non potendo, non volendo o non avendo avuto l'intelligenza di chiudere la carriera al suo apice, chi per vivere inventa e crea, compone e scrive, costruisce e progetta, sa che è arduo arrivare nuovamente in alto, figuriamoci poi raggiungere e superare se stessi! Potrà un calciatore a fine carriera essere incisivo come quando aveva ventotto anni, soprattutto se non ha cambiato ruolo in campo? Potrà un maratoneta plurimedagliato di quasi quarant'anni battere il proprio record personale, stabilito tre lustri orsono, nonché un esercito di giovani leve keniote? "A volte è accaduto", direte. "A volte", dico io. La vita però, infondo, è questa: si continua a fare, anche se le forze sono minori, anche se la famiglia urge maggiori risorse, anche se, prima o poi, forse per tutti arriva il momento di calarsi le braghe, anche se l'ispirazione latita e la resistenza è calata. La vita è questa: non smettere mai di muoversi, …
    Fonte: DeBaser

  13. Fritz Da Cat: 950 (di DaviD)
    Un paio di giorni fa leggevo su vari forum: "non ci siamo, l'Hip Hop ora fa schifo in italia. . ecc… ", chiaramente se i B-Boy di oggi sono Marracash e Space-One non vale la pena dare perle ai porci.Vi presento un album, anno di pubblicazione 1999, usciva circa 9 anni fa, è uno degli album più belli (secondo il mio parere) in italia, per quanto riguarda chiaramente la doppia h, nome 950, artista che curò questa perla, Fritz da Cat… ebbene si uno dei beatmaker/discJokey più validi d'italia, ormai scomparso dalla scena dal 2001, anno dell'uscita di Basley Click.Le strumentali del Generale Fritz usate dal suo esercito di Mc's, qualcuno adesso è più un mercenario, ma questo è un altro paio di maniche.Il Battaglione è formato da 14 rappers e 2 crew (CDB-Lyricalz) responsabili del microfono. . 14 traccie tra cui una strumentale (nome: Omega) che rappresentano l'apoteosi, l'apice del rap made in italy, per quanto riguarda la qualità delle liriche, qualità vocali, qualità della produzione parlando in materia di beat, beat che svariano affiancati da melodie e accompagnamenti dolci (l'Incognita di Neffa) a beat più forti e più "carichi" (Lord Bean- street Opera).La caratteristica forse più importante di questo album è proprio questa, non annoia, perchè svaria e sfuma, tra voci diverse, metriche e flow secondo stili totalmente opposti, anche per quanto riguarda le tematiche (Se non fumassi - Yoshi), (Cose Preziose - Kaos), (Una Minima - Fabri Fibra)… Fabri fa vedere e notare qualità nella stesura del testo e un flow precoce, cito una frase famosa DI QUESTA TRACCIA: Fabri Fibra joint del peso netto di una libbra, non canto con te alle jam, sai perchè? Porti sfiga!… (ai piatti qua troviamo dj Inesha).Se sentite un vuoto, ve lo colmo subito, JOE CASSANO (1973-1999 R. I. P. ) e INOKI con la traccia "Notte e Giorno" che ancora incredibilmente accompagna migliaia di B-Boy nelle loro cuffie, traccia che è presente anche nell'album postumo "DIO LODATO", di Joe Cassano. Alla fine ma non per ordine di importanza cito i ft. di PIOTTA, DJ LUGI, CHICO MD (traccia incredibilmente bella "Dopo noi la quiete"), Bassi Maestro, Turi, Sean, Polare, Lyricalz, Yoshi. In questo album è presente come ben sapranno gli appassionati. . "COSE PREZIOSE", a mio parere la canzone rap piu bella di sempre, del king dei king Kaos, ho sentito di tutto, perle di ogni tipo come "questa canzone è dedicata alla madre" oppure "no a neffa!"… . . stendo un velo pietoso, essendo un fanatico dei testi e delle liriche, mi permetto di dire che questa canzone è semplicemente dedicata all'Hip Hop… alla doppia h vera. . fatta col cuore, perchè come…
    Fonte: DeBaser

  14. Visage: Visage (di gnoato)
    Disco per alcuni versi sottovalutato e rimasto sempre sotto quel velo di "underground" e mistero, "Visage", album d'esordio del gruppo omonimo racchiude in se l'essenza del movimento new romantic inglese che nel 1980 (data della pubblicazione) raggiungeva il suo apice non solo nei circoli musicali colti ma anche (incredibile) nelle sale da ballo, spodestando con la sua decadenza e modernità irresistibili la disco music, rea di essere solo un rimasuglio marcio degli anni 70, morti e sepolti per l'eternità. L'elettronica tedesca dei Kraftwerk era già stata rielaborata e "anglicizzata" da Bowie e Eno proprio a Berlino, la tecnica avanzava a passi di gigante, la storia del rock era a una nuova svolta e a un nuovo periodo di sperimentazione. La scena era pronta: Ultravox, Japan, Roxy music, OMD e Joy division erano già all'opera. Le gesta del new romanticism sono narrate non solo dal punto di vista sonoro ma anche dal punto di vista visivo e in questo sta tutta la sua bellezza e la sua modernità che solo gente come Oscar Wilde riuscì a vedere in così forte anticipo. Il connotato visivo, che prima era semplice e pura apparenza viene elevato allo status di sostanza, anzi, la forma viene addirittura elevata ai livelli della sostanza e la confezione cominciava a valere quasi come il contenuto. Tutto questo fu la genesi e la rovina degli anni 80 ma anche una rivoluzione massiccia che stava colpendo ogni campo mediatico, soprattutto quello musicale. La storia dei Visage comincia in un club di Londra, il "Blitz" , dove si concentrava la scena neo-romantica della città. Capelli tinti, acconciature stravaganti, vestiti particolarissimi, classe, eleganza europea, decadenza, estetismo e dandismo erano i maggiori connotati di un luogo dove sembrava al tempo stesso di tornare indietro di un secolo e di essere più avanti di tutti. Il proprietario era un tale eccentrico di nome Steve Strange. Un tale che un giorno reclutò un gruppo di musicisti (tra cui alcuni suoi illustri clienti, il cantante e il tastierista degli Ultravox, rispettivamente Midge Ure e Billy Currie) per formare un gruppo musicale che immortalasse sul vinile la scena neo romantica del Blitz. Ne venne fuori un disco dai forti connotati e sicuramente una pietra miliare della new wave. Dalla copertina decadentista all'ultima traccia il disco conserva uno spirito volutamente sperimentale, estetico, dandy alla millesima potenza, nostalgico e avanguardistico. Il viaggio nella trasgressione e nell'ambiguità comincia con il battere in quattro di "Visage", ouverture dell'opera, che spazia tra battiti ipnotici, una linea di basso penetrante, chitarre distorte e vagiti sintetici. Il ritmo non si ferma con "Blocks on blocks" , che presenta la voce di Ure e Strange in tutta la loro classe e freddezza, usate quasi come dei martelli, circondate da vocoder…
    Fonte: DeBaser

  15. Black Tape For A Blue Girl: The Scavenger Bride (di mementomori)
    "Black Tape for a Blue Girl" è il nome della creatura di Sam Rosenthal, mastermind dell'etichetta gothic/dark statunitense Projekt Records."The Scavenger Bride" vede la luce nel 2002, confermando l'elevata statura artistica della formazione americana, che a mio parere raggiunge il suo apice con il capolavoro assoluto "Remnants of a Deeper Purity" del 1996 . Che Rosenthal sia un uomo di esperienza, uno che ci capisce di musica e che ben sa cosa vuol dire stare dietro ad una consolle, questo lo si capisce dalla perfezione formale e dall'eleganza che caratterizzano ogni sua uscita discografica. A colpire sono tuttavia il sentimento e la profonda ispirazione che accompagnano sistematicamente questa perfezione e questa eleganza: sentimento ed ispirazione che difficilmente riscontriamo in chi è solito stare dietro ad una scrivania a promuovere band.Musica nobile e senza tempo, quella dei BTFABG, espressione di sentimenti universali, storie d'amore sofferte, dolori inestinguibili. Rappresentazioni degne del teatro brechtiano, della poesia schilleriana, della letteratura kafkiana (alla figura di Franz Kafka, peraltro, è dedicato questo "The Scavenger Bride", concept d'amore e dolore che vede al suo centro le pene e le amare riflessioni di una sposa infelice).Rosenthal, come di consueto, si ritaglia la parte del regista, auto-relegandosi ai synth ed al piano, facendosi carico di musiche e testi, curando suoni ed arrangiamenti, lasciando al suo ensemble il compito di dare consistenza alle proprie visioni. Ad accompagnarlo troviamo vecchie e nuove conoscenze come Vicki Richards (violino), Elisabeth Grant (viola), Julia Kent (violoncello) e Lisa Feuer (flauto). E proprio nell'armoniosa commistione fra elettronica (vagamente echeggiante la kosmische di Klaus Schulze), umori dark e musica classica sta l'essenza della proposta dei BTFABG, una proposta che certo non sfigura accanto a nomi sacri come Dead Can Dance e Cocteau Twins."The Scavenger Bride" si compone di 13 gioielli di arte gotica e drammatica che della letteratura claustrofobica di Kafka non conservano praticamente niente, se non il dipanarsi per sentieri labirintici, imprevedibili, tortuosamente volti ad una assurda conclusione.Se "Remnants of a Deeper Purity" è stato nei suoi ottanta minuti qualcosa di monumentale, "The Scavenger Bride" rimescola le carte e concentra i peculiari elementi che da sempre contraddistinguono la musica dei BTFABG in uno scrigno meno capiente, ma certamente non meno raffinato ed intrigante. Una voce femminile (è la stessa Elisabeth Grant a farsi carico delle parti vocali) ed una maschile (diversi gli ospiti chiamati a dare il loro contributo, come Michael Laird degli Unto Ashes, Bret Helm degli Audra, Athan Maroulis degli Spahn Ranch, Martin Bowes degli Attrition e molti altri ancora) si alternano, accompagnati ora da un piano classicheggiante, ora dal suono carezzevole degli archi, ora dalla desolazione di gelide synth, ingegnose nel tessere ariosi fraseggi ambientali. Qua e là campeggiano percussioni o strumenti acustici, chiamati a contaminare di un vago sentore folcloristico…
    Fonte: DeBaser

  16. Rush: Signals (di splinter)
    Ecco che i Rush entrano nella fase più elettronica della loro carriera con questo strepitoso lavoro. Dopo gli anni dell'hard rock e delle complesse strutture di chiaro orientamento prog i tre canadesi volanti decidono di adeguarsi alle mode musicali dei favolosi anni '80. E lo fanno con una grande impennata d'orgoglio. Decidono così di potenziare al massimo i loro sintetizzatori e di dare alla chitarre un'impronta più ritmica e meno aggressiva. Mai in precedenza avevamo visto gli strumenti elettronici prevalere sulle chitarre in un modo simile. Una svolta che per chi li aveva amati per la potenza dell'hard rock che ci avevano regalato in passato potrebbe risultare addirittura una profonda caduta in basso. Ma chi ama veramente i Rush deve essere sicuramente un fan sempre pronto alle sorprese che il gruppo può riservare nonché essere molto aperto alle innovazioni, anche le più frequenti. Subito con "Suvbdivisions" abbiamo già una mezza idea di cosa quest'album ci riserva; un pezzo che potremmo definire "keyboard-oriented" per via del suo tastierismo massiccio e di un Lifeson un po' oscurato; a mio avviso il brano che anticipa "Jump" dei Van Halen. Più chitarristica invece la n° 2 "The Analog Kid" ma con le tastiere sempre ben presenti. Altro brano con le tastiere in gran spolvero è "Chemestry" anche se Lifeson non tradisce con alcuni buoni giri di chitarra. In "Digital Man", invece, molto più spazio a Lifeson e agli eccellenti giri di basso di Lee anche se i synth continuano a non demordere (per fortuna). Il mio capolavoro personale è però "The Weapon": il ritmo strizza quasi l'occhio alla disco-music di quegli anni e le sperimentazioni elettroniche raggiungono veramente il loro apice grazie a riff che per un pelo non sfiorano la techno. Più veloce e frizzante la n° 6 "The New World Man" con Lifeson che pur usufruendo di basi elettroniche finalmente può dare sfogo alla sua carica. Malinconica e forse un po' triste la n° 7 "Losing It" con giri di synth in grado di far commuovere gli occhi più emotivi e pregevoli tocchi di violino e un buon solo di Lifeson. Piacevole anche la sperimentale "Countdown" con un intro alquanto spaziale e bellissimi giri con i synth. Eh sì, i Rush sono anche questi. Lo sono stati quasi per un intero decennio. Eppure sono riusciti a regalare proprio in un periodo in cui anche le tendenze musicali soffrivano di consumismo delle autentiche perle. Grandi Rush davvero!…
    Fonte: DeBaser

  17. Paul Weller: 22 Dreams (di sylvian1982)
    Lo stile Mod o, per usare il nome intero, modernismo, è uno stile di vita basato sulla moda e la musica che si sviluppò a Londra, nei tardi anni Cinquanta e raggiunse il suo apice alla fine del decennio successivo, ma è diffuso e attivo anche ai giorni nostri. Il termine è nato per definire i fan del modern jazz. Le persone che seguono questo stile di vita sono conosciute come mod, e i primi esponenti abitavano principalmente nel sud dell'Inghilterra (fonte Wikipedia). Paul Weller, a capo dei Jam, nei tardi anni settanta si rese protagonista del cosiddetto mod revival meritandosi l'appellativo, tuttora valido, di padrino del mod. Con l'arrivo degli anni ottanta, Weller sciolti i Jam, s'imbarcò con Mick Talbot nell'avventura Style Council dispensando una manciata di album di etereo soft-jazz sensibilmente venato di un'anima soul e lasciando con "Cafè Blue" un testamento in grado di reggere l'usura del tempo. Per vedere un disco a suo nome bisogna attendere il 1992, anno dell'esordio omonimo. Non sembra passato poi così tanto tempo da allora, ma conti alla mano questo "22 Dreams" risulta essere il suo nono album autografo. L'ex Jam in tutti questi anni non ha mai snaturato più di tanto la sua attitudine verso una sorta di soul bianco con influenze vieppiù disparate dal funk al jazz, al pop, passando per un sanguigno ed energico rock. Giunto alla soglia dei cinquant'anni dev'essersi guardato allo specchio riflettendo un'immagine che, a dispetto dell'età, trova riscontro in questi ventidue sogni filtrati attraverso ventuno canzoni cariche di una sana e smodata ambizione. C'è da perdersi, tanta è la carne al fuoco. Si va dallo sferzante e vigoroso rock della title-track e di "Push It Along" alla psichedelìa di "A Dream Reprise" con tanto di nastri mandati in reverse, dalla classica ballata "All I Wanna Do (Is To Be With You)" allo spoken-word di "God", dal soul bianco di "Have You Made Up Your Mind" all'intimismo pianistico molto confidenziale di "Empty Ring" e Bacharachiano in "Lulluby Fur Kinder", da un morbido jazz nella strumentale "Song For Alice" alla struggente malinconia in "Where Ye Go". Si transita pure dalla balera in "One Brigth Star" e dal Cotton Club in "Black River". Il pregio di questo lavoro sta proprio nella poliedricità e magniloquenza del progetto, ma se rovesciamo la medaglia potremmo dire che qui sta anche il limite. Di fronte ad una simile tempesta sonora per riuscire a bilanciare tutti gli ingredienti bisogna essere grandi chef, altrimenti con la prospettiva di piacere a tutti si finisce per non accontentare nessuno. In definitiva il risultato è adorabile anche se talvolta sfuggente ed ambiguo. L'impressione che l'ottovolante, a volte, incontri tratti di salita è palpabile, ma onestamente in quasi 70 minuti di musica non poteva essere altrimenti. Non mancano le partecipazioni di…
    Fonte: DeBaser

  18. Cows: Daddy Has A Tail! (di Laggio)
    I Cows sono i fidanzati che non vorreste mai per le vostre figlie, le banche a cui non affidereste mai i vostri risparmi, gli amici a cui non prestereste mai la macchina, le baby-sitter che, spero per voi, non veglieranno mai sui vostri bambini, i maestri di paracadutismo a cui non lascereste mai farvi preparare l' attrezzatura.D'altro canto è sicuro che in birreria, in discoteca, ad una grigliata sul fiume, a un rave, a un concerto, in vacanza al mare, al lago o in montagna loro renderebbero le vostre esperienze selvaggiamente indimenticabili.Perchè? perchè?!?! beh ma è semplice… perchè sono dei pazzi, folli, irresponsabili, incontrollabili e imprevedibili."Daddy Has A Tail" lo dimostra, chiaro come una pinta di birra rovesciata volontariamente sui vostri testoni.Questa loro seconda uscita datata 1989, esordio sotto la firma della mitica Amphetamine Reptile e consecutivo all'altrettanto dirompente 'Taint Pluribus 'Taint Unum, è puro vandalismo sonoro, musica suonata per spaccare in quattro regole e convenzioni borghesi, invettive anti-sociali tese a sfottere e ridicolizzare se stessi e gli altri, nessuno escluso.I Cows vi invitano a mettervi in fila, piegarvi a 90 e ricevere tutti il vostro meritato calcio nel culo, per scherzare ovviamente, ma a loro modo.Il fatto è che non ti puoi nemmeno incazzare, come fai a prendertela con gente che ti fa scuotere in poghi viscerali e scatenati come "Camouflage Monkey", in discese urlanti a rotta di collo come la fantastica "Bum In The Alley" (capolavoro che salta fra un blues-rock infernale a una furiosa scazzottata hardcore senza soluzione di continuità), in deragliamenti armonici rovinosi come "Miss Her Beer".E poi in fondo sono dei teneroni, molto, molto, molto in fondo, basti ascoltare la "ballata" nascosta sotto "Chasin' Darla" o l'apice dell'album (proprio in fondo al disco), quella "Sticky And Sweet" che è la loro redenzione amorosa, che si muove altalenante fra le dolci confessioni del cuore e le animalesche pulsazioni del pene in un perenne stato psico-confusionale, appiccicosa e lasciva.Dal basso della loro incompetenza Shannon Shalberg (voce), Thor Eisentrager (chitarra o ciò che ne rimane), Kevin Rutmanis (basso) e Norm Rogers (batteria) alzano di un ulteriore livello il grado di crudezza ed efferatezza nel panorama rock, devastandolo dopo averlo sconvolto con un approccio che, al confronto, farebbe sembrare un uomo di neanderthal più simile ad un nobile inglese settecentesco.Non bisognerebbe permettersi di parlare di tecnica con questi vaccari di Minneapolis, sarebbe offensivo, si può altresì affermare che Shelberg e soci avessero una missione e, seppur fossero l'inaffidabilità sotto forma di gruppo rock, la portarono a termine, fino in fondo.Presero il verbo nichilista pronunciato dall'hardcore e lo compressero ed amplificarono oltre misura, colsero la goliardia psicotica dei Butthole Surfers e la fecero schizzare ulteriormente, traghettarono il noise-rock più marcio a cavallo degli ultimi…
    Fonte: DeBaser

  19. A Minor Forest: Flemish Altruism (di Larrok)
    "A Minor Forest Supports the Destruction of Mankind. "  Questo era lo slogan della band… simpatici eh? Ma forse dopo aver ascoltato la loro musica si può entrare in sintonia con la filosofia che soggiace a questa espressione provocatoria. Se state cercando un Math Rock fuori dagli schemi (sempre che si possano delineare degli schemi per tale genere), imprevedibile, dissonante, inesorabilmente inquietante, a tratti languido, a tratti rabbioso e sulfureo, questo "Flemish Altruism", album d'esordio degli A Minor Forest, potrebbe fare al caso vostro. Siamo nel 1996 e il trio di San Francisco fa il suo debutto in LP fregiandosi della produzione del sempiterno Steve Albini (e il suo zampino come al solito si sente eccome). L'importante accostandosi a tale disco è la consapevolezza che si tratterà di un ascolto non esattamente immediato, che richiede una discreta dose di pazienza e una buona brama di composizioni insolite. È un album lungo che contiene spesso e volentieri delle volute dilatazioni, siano esse di paesaggi onirici e apatici ("Perform a critical Straw Transfer") o di estremi sfoghi catartici ("The loneliest enuretic"). Il senso di disperazione e di smarrimento raggiunge il suo apice nella parte finale di "Bill's Mom likes to Fuck" con le urla sguaiate e primordiali di Hoversten che trasmettono profondo disagio (ricordano vagamente gli "I miss You!" della conclusione di "Spiderland"); se non altro questo pezzo ci mette 7 minuti a carburare, lasciando il tempo di abituarsi pian piano al clima infernale, passando attraverso atmosfere allucinate debitrici appunto di Slint e affini post-rockers.  In "Jacking Off George Lucas" troviamo addirittura i toni spenti e dimessi dei Codeine, salvo qualche schizzo di pazzia che affiora qua e là provocando senso di smarrimento in chi ascolta. L'utilizzo del violoncello è un'altra variabile di quest'opera multiforme; lo si può apprezzare ad esempio in "Ed is 50", nella quale contribuisce ad aumentare la già notevole dissonanza. Purtroppo nella quarta traccia si esagera con la prolissità arrivando a 14 interminabili minuti che non danno tregua e lasciano abbastanza esausti dopo un lungo viaggio tra arpeggi insistiti fino all'ossessione, tempeste sonore di batteria (per altro di grande livello) e feedback violenti. Ci sono da citare anche episodi di ottima psichedelia ("Beef Rigger") sempre comunque in pieno stile "Math". La durata di 73 minuti è probabilmente il vero punto debole di questo lavoro, anche se i momenti geniali sono numerosi; una maggior sintesi forse sarebbe stata preferibile come, per citarne uno, in "Rusty" dei Rodan (quello un capolavoro assoluto), tuttavia per gli appassionati si tratta di un disco interessante e sicuramente da scoprire. …
    Fonte: DeBaser

  20. Baustelle: Live @ Nuvolari, Cuneo 07.06.08 (di Hardrock92)
    … ripenso alla giornata oggi trascorsa, è finita la scuola, molti meno stress per la testa. Stasera sono di scena i Baustelle, non mi sento un loro fan, questo è sicuro, tuttavia gli ultimi due dischi li ho apprezzati veramente molto e dopo aver "mancato" per forza di cose la data a Torino, ho deciso di colmare la lacuna andando a vederli a Cuneo… Cosa si può voler di più dalla vita?Nel parco del Nuvolari c'è aria di tranquillità… l'atmosfera è molto rilassata. Meglio, perché i nostri inizieranno abbastanza tardi… insieme al mio amico abbastanza esagitato (lui si che è un fan!) bevo alcune birre parlando del più e del meno… fino a quando Bianconi e soci arrivano sul palco, ed è un successo completo. I nostri attaccano con "Antrophopagus", si capisce che il gruppo vive uno stato di forma, Rachele è sempre precisa con la sua tastiera e i miei dubbi sulla voce di Francesco svaniscono… è la prima volta che lo vedo cantare veramente bene senza le solite grossolane stonature. Ottima anche tutta la sezione ritmica e ovviamente l'acustica…Il concerto è incentrato sull'ultimo disco "Amen", com'era lecito aspettarsi… "Antrophopagus", "Colombo" e "Charlie fa Surf" sono perfette, non c'è pogo, ma si balla, si canta… insomma, i ragazzi sanno tenere il palco… comunque per me gli apici sono state le eccellenti performance di Rachele su "L'Aeroplano" e "Dark Room", la voce della ragazza si dimostra ancora più "vera" e sensuale in sede live. Bianconi più volte dialoga col pubblico. Scorrono veloci le canzoni, forse fin troppo… "Spaghetti Western", "Il Liberismo ha i Giorni Contati", "Alfredo" e quando arriva "L'Uomo del Secolo" il frontman in giacca e cravatta con l'aspetto da secchione la presenta così: "Quella che facciamo ora, è una canzone allegrotta… ma mica poi tanto… " e noi sorridiamo. C'è anche qualche ritorno al lavoro precedente, come "I Provinciali", "Il Corvo Joe" e "La Guerra è Finita", pezzo che personalmente è stato l'apice… "Baudlaire" chiude il concerto…I Baustelle tornano sul palco per salutarci, e lo fanno con le ottime "Un Romantico a Milano" e "Andarsene Così"…Esco dal Nuvolari davvero soddisfatto e molto sorpreso, con il mio compagno di viaggio che mentre camminava continuava ad urlare rauco "Charlie fa Surf. . . quanta roba si faaaa… ", attirando su noi gli sguardi di tutti i passanti… sinceramente non mi aspettavo che suonassero così bene… non dopo aver visto la terribile esibizione del primo maggio……
    Fonte: DeBaser




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